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Perché ho deciso di lasciare il PD

Cari tutti,
abbiamo provato, fino all'ultimo, a proporre un dialogo, ad avanzare proposte.

Da parte della maggioranza del Partito Democratico è stato alzato un muro e non abbiamo avuto nessuna risposta, né di merito né di metodo.

Anche nei nostri interventi nell'assemblea del Pd di domenica 19 febbraio c'è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. Purtroppo è caduto nel nulla. Non c'è stata nemmeno la replica finale del segretario.

Mi è parso fin troppo chiaro che ad aver scelto la strada della scissione è stato Renzi, assumendosi così una responsabilità gravissima. In quel partito, nel partito in cui ho militato per anni e in cui ho creduto, non c'è alcuno spazio. Dunque meglio una separazione senza rancori, senza patemi.

Non è un questione di date. Il punto è tutto politico.

Dopo la sconfitta alle amministrative e il colpo pesantissimo inferto dall'esito del referendum del 4 dicembre, si è pensato di tirare dritto verso la celebrazione di un congresso in poche settimane. Si vuole ridurre tutto ad una conta per riconsegnare la guida del partito al segretario uscente.

Penso che sia un errore madornale. E noi non ci stiamo.

Il Pd era nato fondandosi sull'idea di un partito plurale e di centrosinistra. Se invece si pensa di abolire la sinistra o che questa finisca per non contare nulla, la responsabilità della spaccatura ricade su chi non vuole capire, su chi ha scelto di perseguire una logica divisiva.

È stato rotto il patto che viene prima di tutto, un patto che si basa su un patrimonio condiviso di regole e valori. Non è stata data la possibilità di rendere il Partito e la sua linea contendibili.

A rompere, dunque, è stato Renzi. Dopo aver organizzato in assemblea una vera e propria bastonatura, durata ore, di tutti coloro che non si omologavano alla linea della maggioranza.

È stato il segno, credo l'ennesimo, di una corsa a destra che sancisce la fine del PD.

Non siamo più disposti ad accettare la trasformazione del Partito Democratico nel Partito di Renzi. L’agenda del Pdr è un’agenda neo-Reaganiana, che insiste sull’indistinto tra destra e sinistra, sulle larghe intese, subalterna al neoliberismo e al populismo.

Il partito post-ideologico e piglia tutto, come hanno dimostrato le recenti tornate elettorali, vince nei centri e nei quartieri borghesi e perde in tutti gli altri luoghi: al Sud e nelle aree periferiche.

È proprio questa linea che rischia di far crescere ulteriormente i populismi.

Ora la mia proposta non cambia. Resta la stessa. Spero che chi è stato con me e con noi in questo percorso continui a esserne parte.

Costruiremo un soggetto nuovo e plurale, che trae ispirazione dai valori del socialismo per affrontare le sfide del presente, i bisogni delle persone: anzitutto il lavoro e il protagonismo sociale, umiliati e offesi dalla privatizzazione della politica e dal leaderismo senza freni che ha ridotto il Pd al suo leader e al notabilato locale.

Democrazia e lavoro saranno i nostri valori cardine.

La mia scelta non è frutto di calcolo. Non lascio il Pd in cerca di un posto o di un seggio sicuro ma per far posto a quelle persone escluse che il Pd ha smesso di ascoltare.

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Teniamoci aggiornati.

Un caro saluto e a prestissimo,
Enrico.

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