La Toscana vola nell'export, ma non chiede più autonomia fiscale

Enrico Rossi - Blog

Huffington Post, 30 ottobre 2017

Le esportazioni della Toscana hanno registrato in questi anni dinamiche inattese, ben al di sopra dei livelli raggiunti prima dell'inizio della crisi. Dal 2008 l'export toscano è cresciuto del 43.2%, l'indice più alto tra le regioni esportatrici del paese.

Questo risultato non è merito di qualche isolata grande impresa, ma di tutto l'apparato produttivo regionale, dalla moda alla farmaceutica.

Vi è quindi una diffusa competitività del tessuto produttivo regionale che ha reagito alla più grave crisi che il paese ha attraversato negli ultimi decenni.

Se a questo dato si aggiunge quello, altrettanto positivo, del turismo, emerge in modo più evidente la capacità della Toscana di attrarre redditi dall'estero. Proprio come fa la Germania, locomotiva d'Europa.

Veniamo al tema. Poiché molti miei colleghi presidenti usano strumentalmente e ipocritamente l'argomento dell'autonomia anche in materia di commercio estero, come ipotetica leva per la competizione e la crescita, la domanda che ci riguarda è: la Toscana per continuare a crescere e a esportare, ha bisogno di maggiore autonomia? La risposta è no. Spiego perché.

Se il tema dell'autonomia si riduce al solo slogan "meno tasse", non è certamente questo l'argomento. Se c'è una cosa che le dinamiche dell'export, non solo in Toscana, mostrano è che l'Italia ha vaste aree ad alta competitività (è impossibile aumentare in 10 anni le esportazioni del 43% se non si è competitivi!) e tale competitività non si spiega con i costi ma con la qualità delle produzioni. L'esigenza, allora, non è quella di abbassare i costi, ma di continuare a produrre in un ambiente efficiente e competitivo. Questi risultati arrivano non pagando meno tasse, ma lavorando in un ambiente in cui le infrastrutture funzionano, i servizi sono efficienti e le calamità naturali non si riversano sulla capacità produttiva. Perché questo accada esiste solo una ricetta: più investimenti pubblici. Vale anche per la Germania, il cui avanzo di bilancio dei pagamenti di parte corrente sfiora il 9% del Pil e si volatilizza all'estero perché i governi tedeschi – ordoliberali e convinti della dottrina dell'austerità - non mettono mano a un vero piano d'investimenti in infrastrutture e opere pubbliche, che sarebbe invece necessario.

Se non assumiamo questa prospettiva il rischio è che le nostre imprese, operando in un territorio che diventa sempre più fragile, prima o poi lo abbandonino con grave danno per l'intero paese e per l'intera Europa che tutto può permettersi ma non perdere le imprese più capaci. L'autonomia teorizzata dalla classe dirigente lombardo-veneta è un'autonomia di "stenterello". Ha come unico argomento il residuo fiscale ed è succube tanto dell'austerità, quanto del liberismo. La vera autonomia, invece, è quella di enti locali che difendono il sistema produttivo e manifatturiero locale, assicurando e chiedendo allo Stato investimenti innovativi sul piano della mobilità, della logistica e dei trasporti e creando un clima di fiducia per gli investitori nostrani e stranieri.