Il governo ci ascolti o rischia. Con Pisapia diversi ma uniti

Intervista di Enrico Rossi a Daniela Preziosi

Il Manifesto, 21 luglio 2017

Il presidente della Toscana: «Non siamo solo la “Cosa Rossa”. Con Pisapia diversi ma uniti. Incontra la minoranza Pd? Contraddizione tutta loro»

Presidente Enrico Rossi, Mdp prepara la rottura con il governo Gentiloni?

Intanto con il governo c’è un problema di metodo: la maggioranza non ci consulta. Ha introdotto in voucher con un emendamento. Il premier ha tolto dalla discussione lo ius soli con un’intervista. Se non abbiamo il diritto di essere consultati e siamo il loro «soccorso rosso», si cerchino il «soccorso azzurro». O c’è una svolta nelle politiche economiche e sociali, o non ha senso continuare a sostenere il governo. Se davvero Gentiloni è solo la prosecuzione del governo Renzi e non dà segni di cambiamento, dovremo tirarne le conclusioni. Senza avventurismo, non siamo una forza irresponsabile.

Su cosa chiedete la svolta?

Sugli investimenti: la crescita inclusiva e creatrice di lavoro può venire solo da là. Chiediamo di investire un punto di Pil. Poi un piano per il lavoro per i giovani. E uno per la sanità. E più risorse per la povertà.

Siete usciti dal Pd in polemica con Renzi perché non sosteneva Gentiloni. Ora minacciate l’abbandono?

Abbiamo mostrato molta lealtà a Gentiloni. Ma non siamo stati corrisposti.

Risulta che voi di Mdp siate più propensi alla rottura rispetto a Pisapia. Seguite la linea più radicale di D’Alema?

Io sarei stato più deciso anche sui voucher.

Oggi Speranza e Pisapia smentiscono divergenze. Non c’è nulla di vero nelle differenze fra Mdp e Campo progressista?

Sul rapporto con il governo non lo so. La sofferenza mi pare di tutti. Forse elementi di valutazione tattica. Qualcuno si preoccupa che si trovino gli argomenti che parlino alla sofferenza del paese. Rompere non sarebbe indolore.

Nelle liste lei è per la rotazione o per la rottamazione?

A me non piace né l’una né l’altra. Sono logiche astratte. I partiti fissano intorno ai dieci anni il ciclo per le cariche pubbliche. È una giusta regola generale che però può essere derogata. Teorizzare in modo aprioristico produce effetti indesiderati. Saranno gli elettori a stabilire i candidati. Dire «tu sì, tu no» è la maniera in cui la sinistra dimostra di essere più ceto politico che non rappresentanza reale.

Insomma le divergenze fra voi ci sono.

È normale, veniamo da culture diverse. L’importante è che si sappia rispondere alla forte domanda di unità che c’è. E che a sinistra del pd non si finisca spezzettati in tre o quattro forze.

Tre-quattro sono tante. Due invece sono probabili. A che punto siete sulla via della convergenza?

C’è qualcuno che si vuole condannare ad essere sinistra di testimonianza. Rispettabile, ma noi no. Noi saremo sinistra di governo. I discorsi di Bersani e Pisapia a Santi Apostoli (il primo luglio, ndr), anche se con accenti diversi, sulla parte programmatica sono stati valutati positivamente da uno schieramento ampio. Così, anche se si parte da culture politiche diverse, ci si può unire. Non si capisce perché c’è sempre una sinistra che vuole essere più pura dei puri.

La differenza delle analisi non finisce fatalmente nei programmi di governo?

Io ero all’assemblea Brancaccio. Qualcosa non ho condiviso, ma c’era una vivacità interessante. Anche io in Toscana litigo con la mia sinistra. Ma non si può dire che la Toscana non ha fatto nulla per l’ambiente, a meno che non si vogliano cercare le divisioni.

Lei dice ‘sinistra di governo’. In concreto, domani, se foste determinanti per il governo di centrosinistra, che fareste?

Cercheremmo le convergenze programmatiche. Se prendessimo tanti voti sarebbe giusto metterci alla prova del governo. Rifuggiamo dalle larghe intese, in questo caso staremmo all’opposizione e proveremmo a ricostruire un profilo culturale. Il tema riguarda tutta la sinistra europea, e non solo quella radicale. È una fase diversa rispetto al passato. In Spagna c’è un confronto fra Psoe e Podemos, in Francia se Mélenchon e Hamon si fossero uniti sarebbe andata meglio. In Gran Bretagna c’è Corbyn: oggi vincerebbe con i145 per cento. Il problema se lo dovrebbe porre anche il Pd.

A proposito. Che ci faceva secondo lei Pisapia in assemblea con la minoranza Pd?

Da quanto capisco vuole tenere un dialogo. Orlando soffre il programma di Renzi, non lo condivide. La contraddizione è tutta loro.

Orlando chiede un cambio di legge elettorale. Vi troverete a ridiscutere di alleanze?

Mi sembra che il problema del cambio della legge elettorale non si ponga.

La cabina di regia di Insieme va a rilento perché la sua formazione prefigura la futura lista. Come sceglierete i componenti?

Dovrà essere rappresentativa della politica ma anche di personalità, di esperienze non partitiche. È fondamentale che questa partenza si rivolga alle altre forze di sinistra, a iniziare da Possibile, che ha scritto a Pisapia, il quale non gli ha risposto e non va bene. Poi Sinistra italiana, il Brancaccio, al netto delle sue punte polemiche. Se faremo questo «manifesto», potremo andare nei territori con un programma.

Quando siete usciti dal Pd avevate il terrore di essere definiti «Cosa rossa». Ora no?

La mia opinione personale è che una forza che nasce a sinistra del Pd non debba avere paura di essere definita «rossa». Poi è evidente che dobbiamo essere una sinistra aperta ad altri contributi. Nessuno deve essere escluso. Ma nessuno, appunto. Neanche le bandiere rosse, quando ci sono.