«Ho deciso, rientro nel Pd. La sinistra deve riunirsi»

intervista di Enrico Rossi a Fabio Galati

La Repubblica, 19 maggio 2019

 

Non mi sono consultato con Zingaretti. Ha il grande merito di aver costruito un progetto aperto e inclusivo

 

FIRENZE — «Dopo le elezioni chiederò l'iscrizione al Pd». Enrico Rossi, 60 anni, da nove governatore della Toscana sostenuto da una maggioranza dem, è nel suo ufficio di Palazzo Strozzi Sacrati, affacciato sul Duomo di Firenze. Davanti a sé il suo ultimo libro "Non basta dire Europa", con prefazione di Timmermans. E un'idea in testa: considerare conclusa l'esperienza dentro Articolo Uno - Mdp, che ha contribuito a fondare dopo l'uscita dal Pd nel febbraio di due anni fa.

Ha sentito Zingaretti?

 

«No, non mi sono consultato con lui prima di decidere questo passo».

 

Nessun contatto diplomatico con gli attuali vertici democratici?

«Credo che la politica delle diplomazie appartenga al secolo scorso. È la politica in cui si decide dove si spartiscono i posti. Penso semplicemente che ci siano le condizioni per rientrare dopo le elezioni. E lo dico prima, perché non si pensi che dipenda dal risultato delle urne. Ritengo di poter dare il mio contributo all'opera di Zingaretti, che, lo ha detto anche Renzi, ha avuto il grande merito di riaprire, tenere insieme».

 

A proposito di Renzi: con lui ci fu uno scontro sui tempi del congresso e lei decise di lasciare il Pd.


«Non voglio polemizzare. Il problema non era Renzi in quanto Renzi. Il problema erano le politiche del Pd. Da Renzi mi hanno sempre diviso tante cose, ma ci siamo sempre rispettati. In quel momento uscire dal Pd mi sembrò la cosa giusta da fare. Poi i risultati elettorali hanno dimostrato che invece io e gli altri abbiamo sbagliato. L'uscita dal Pd è stata un tentativo generoso, ma è fallito. L'idea che con la scissione si potesse recuperare coloro che protestavano per le politiche del Pd votando Cinque Stelle o addirittura Lega non ha funzionato».

 

Che cosa vuole ritrovare nel Pd?

 

«È il momento di discutere di programmi, ma senza rancori e senza polemiche. Noi abbiamo avuto una grande eredità dai nostri padri politici. Antonio Gramsci lo chiamava "il nido", cioè l'organizzazione, il partito vero sul territorio. Ci siamo illusi che in modo intellettualistico questa eredità si potesse riprodurre immediatamente all'esterno nel momento in cui ce ne andavamo. Ma non funziona così: per costruire un nido ci vogliono anni. Vince chi ha una struttura. Chi è davanti alle fabbriche, alle scuole, chi ascolta i mal umori sulla sanità».

 

Lei ora torna nel "nido". Ma due mesi fa, quando annunciò che avrebbe appoggiato le liste del Pd alle amministrative, dall'ala renziana del partito partì un altolà. Come pensa che sarà accolto?

 

«Come vogliono. L'importante è che non ci siano aggressioni. Da parte mia non ce ne saranno. È meglio subire un'aggressione pur di riunire la sinistra piuttosto che rispondere con aggressività».

 

E come la prenderanno invece gli altri dirigenti usciti dal Pd? Si sentito con D'Alema e Bersani?

 

«Rispetto chi ha preso decisioni diverse. E chi non solo non viene nel Pd, ma non ha fatto nemmeno l'accordo per la lista unitaria alle Europee. Il mio obiettivo è anche questo. Se vogliamo vincere dobbiamo riunire una forza che vada dai liberali alla sinistra. E mettere in campo elementi civici, che non si riconoscono nell'incompetenza dei 5S e nel populismo della Lega che liscia il pelo al neofascismo».

 

Quanto l'elezione di Zingaretti ha pesato nella sua decisione?

 

«Non sono stato bersaniano, non sono stato renziano e non sarò zingarettiano. Trovo che la linea di equilibrio di Zingaretti sia positiva, ma ci vuole un segnale più forte a sinistra sulla questione sociale».

 

Da sindaco di Pontedera, negli anni '90, era in mezzo agli operai in rivolta per la possibile delocalizzazione della Piaggio. Ora molti di quegli operai votano Lega o 5S. Che cosa è mancato al Pd?

 

«Bisogna stare in modo chiaro dalla parte dei lavoratori. I salari sono diminuiti, le protezioni sociali si sono ridotte. II Jobs Act doveva sostituire tutte le forme contrattuali del precariato, invece si sono estese».

 

Quando le è stato chiaro che doveva rientrare nel Pd?

 

«È stata una lunga riflessione. Ma se devo individuare un momento, torno alla manifestazione antifascista di Prato del 23 marzo, contro il corteo di celebrazione dei Fasci. Quando ho preso la parola e ho gridato per tre volte "unità" è scattato l'applauso di tutti. E in quella piazza c'erano veramente tante anime dell'antifascismo. C'è una domanda di unità fortissima». 

 

Manca un anno alla fine del suo mandato e si potrebbe malignare che lei punti a nuovi incarichi.

 

«Di occasioni per sistemarmi ne ho avute. Alle ultime politiche qui in Toscana è stato eletto Speranza. Se mi fossi candidato è probabile che sarei stato eletto. Ma ho deciso di continuare a fare il presidente della Regione Toscana. Anche per queste Europee avevo avuto offerte. Serie. Non cerco posti».