«C’è ancora l’Europa nel nostro futuro»

intervista di Luigi Caroppo
Quotidiano nazionale, 29 aprile 2019


Un libro del governatore della Toscana, Rossi: l’Unione però deve cambiare in fretta

Firenze, 29 aprile 2019 -  «Non basta dire Europa». Per crederci e renderla politicamente incisiva bisogna riformarla. Parola di uno degli ultimi uomini che nella sinistra crede ancora come valore universale: Enrico Rossi, governatore della Toscana (tra i più amati del Belpaese) che il 26 maggio voterà la lista unitaria ancorata al socialismo europeo voluta da Zingaretti.

Presidente, la storia ci dice che il modello di Unione europea deve cambiare. Lo dice chiaramente anche lei nel suo nuovo libro, che uscirà il 2 maggio in libreria, “Non basta dire Europa” (Castelvecchi).

«È vero. L’Europa deve cambiare, ascoltare i nuovi bisogni. I “piccoli passi” non bastano più. Gli europei chiedono più democrazia, lavoro, protezione, giustizia e sicurezza e se resteranno inascoltati prevarranno la chiusura e l’odio».

La nuova Europa come antidoto per estremismi, intolleranza e sovranismo?
«L’odio e il razzismo, da combattere come ideologie, quando raggiungono le masse vanno interpretati come il sintomo di una grave emergenza sociale».


Dal 1992 ad oggi c’è stata quasi una rivoluzione.

«Quando fu firmato il Trattato di Maastricht nel '92 le economie risentivano ancora degli choc petroliferi e l’inflazione era alta. Il freno alla spesa pubblica e la stabilità furono esigenze legate a quella fase. Oggi i problemi dell’Europa sono altri: la mancanza di crescita e di lavoro, le disuguaglianze e il disordine geopolitico. Per contrastare i nazionalpopulisti non basterà dire Europa».

Che ricetta propone?
«Servirà far avanzare la comunità tra Stati: il bilancio dell’Unione dovrà essere fissato al 4% del Pil dei Paesi aderenti, l’Eurozona andrà completata con un salario minimo garantito, un fondo comune per la disoccupazione. Le risorse si reperiranno tassando le grandi imprese che eludono il fisco e sfruttano il dumping, tassando i redditi più alti, i grandi patrimoni e le emissioni di CO2. Tutte proposte del Partito socialista europeo».

Sarà sufficiente per creare un’Europa dei cittadini?
«No. I governi del gruppo di Visegrád che violano lo stato di diritto con leggi ingiuste dovranno essere sanzionati e il Parlamento europeo dovrà avere più poteri e risorse proprie per i territori e i cittadini».

Il tema principale resta quello dei migranti.
«In un continente di oltre 500 milioni di persone, l’idea di un’invasione è sbagliata. Nel 2018 in Europa gli arrivi via mare sono stati 115mila. Nel 2017, 175mila. Il problema per l’Italia andava affrontato con accordi tra gli Stati. Dobbiamo invece ancora fare i conti con mezzo milione di irregolari, numero destinato a crescere col decreto Salvini».

Che fare in un paese come il nostro perennemente in crisi?
«L’unica strada è l’integrazione, il contrasto al lavoro nero e al caporalato. Ma bisogna sempre dire la verità: l’Europa si affaccia al Mediterraneo, per cui non possiamo pensare di non subire gli effetti del boom demografico africano (nel 2050 la popolazione africana raddoppierà). Non c’è quindi alternativa alla cooperazione e al governo dei flussi. Porti chiusi, rimpatri, decreti sicurezza sono solo chiacchiere».

Gli italiani percepiscono spesso Bruxelles troppo lontana.
«I cittadini non sbagliano quando pensano che a Bruxelles c’è una “zona franca” e opaca. È il metodo intergovernativo dell’unanimità su materie come bilancio, difesa e investimenti. Un vero bastone tra le ruote dell’unità europea. Causa di quell’ austerità che pretende dagli Stati di ridurre il debito pubblico tagliando servizi essenziali come sanità, istruzione e trasporti. Così non si può andare avanti. I nuovi problemi da affrontare – protezione sociale, immigrazione, sicurezza – rendono ancora più necessaria la creazione di un Parlamento dotato di adeguati poteri».

 

LINK: Non basta dire Europa (Castelvecchi editore, 2019)