Al fianco di Giuseppe Antoci. Un servitore dello Stato

Enrico Rossi

L'Argine, 16 febbraio 2018

Giuseppe Antoci è stato rimosso dal suo incarico di Presidente del Parco dei Nebrodi perché ha ostacolato la mafia. Antoci sin dall’inizio del suo incarico, nel 2013, ha lavorato, infatti, per contrastare la penetrazione mafiosa nelle attività agricole che si svolgono all’interno del parco.

Il suo “Protocollo di Legalità“, concepito con la collaborazione del Prefetto di Messina, ha abolito l’autocertificazione antimafia da parte delle aziende agricole operanti nei terreni del territorio dei Nebrodi. Prima di Antoci, grazie ad un’autocertificazione antimafia, alcune famiglie mafiose, attraverso prestanome, erano riuscite a partecipare ai bandi regionali per l’affitto dei terreni interni al Parco. Si stima che moltiplicando le aziende, per restare sotto la soglia dei 150.000 euro di valore previsti dai bandi, alcune di queste famiglie sono riuscite a prendere in affitto circa 1000 ettari di terreno.

Se si pensa che per ogni ettaro di riserva naturale è previsto un contributo di 1300 euro esentasse, si capisce che stiamo parlando di un giro d’affari molto alto, che sottrae ingenti somme all’economia sana e legale. Antoci, con il Protcollo di Legalità, ha reso obbligatorio per tutti il certificato antimafia rilasciato dalle prefetture; anche sotto la soglia dei 150.000 euro, eliminando del tutto l’autocertifcazione.

Dopo questa svolta, dai controlli effettuati nel 2015 è emerso che sul 90% degli assegnatari gravavano misure interdittive antimafia e ne seguì la revoca delle concessioni. Anche il tribunale amministrativo di Catania, respingendo i ricorsi, suggellò l’inizio di una nuova stagione di contrasto all’imprenditoria mafiosa di cui Giuseppe Antoci è stato l’ispiratore e il simbolo, a tal punto da indurre la Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanisetta a metterlo sotto tutela dal 2014. Puntuali sono arrivate le intimidazioni mafiose. Nel luglio 2015 venne rinvenuta una bottiglia incendiaria nel Parco dei Nebrodi e nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2016 seguì un grave attentato diretto ad Antoci, dal quale fortunatamente è uscito illeso grazie ai mezzi blindati della scorta. La rimozione di quest’uomo dal suo incarico è sicuramente una prerogativa del governo regionale siciliano, ma a fronte dell’opera di contrasto alla mafia che egli ha condotto mobilitando la magistratura, la società e l’opinione pubblica siciliana e italiana, lascia pensare che con questa scelta si è inteso colpire e delegittimare proprio quella attività, che era volta esclusivamente alla promozione di un’economia sana e alla tutela degli agricoltori, del paesaggio e del territorio.

 

Antoci è a tutti gli effetti un interprete moderno della lunga lotta alla mafia siciliana che affonda le sue radici nel contrasto alla rendita e al latifondo criminale e che ha tra i suoi esponenti storici figure come Placido Rizzotto e Pio La Torre. Ci sono molti modi per favorire le mafie: uno di questi è neutralizzare e rendere ininfluente l’azione di chi le contrasta, seguendo quello che il giudice Alfredo Morvillo chiama il manuale de “i professionisti delle carte a posto”.

Per le forze politiche impegnate in campagna elettorale il tema della lotta alle mafie è passato in secondo piano; soltanto Liberi e Uguali sta tenendo desta l’attenzione, non solo per la storia di Pietro Grasso, ma anche perché la lotta alla mafia è stato e resta uno dei compiti prioritari della sinistra nella storia d’Italia.

Questa esclusiva di LeU però non è una solo buona notizia, ma è anche una sconfitta, perché i risultati più importanti su questo fronte si conseguono solo se tutta la società è mobilitata e se il consenso sociale e politico diffuso rende possibile la prosecuzione di un lavoro tenace e responsabile come quello avviato da Antoci.