Idee

Non si tratta di un programma né di un manifesto politico. Le idee che trovi qui sono frutto del confronto che, a partire dal 2016, ho avuto con tante compagne e tanti compagni in giro per l'Italia. Si tratta di un lavoro in evoluzione, sempre aperto a proposte e contributi. L'ultimo aggiornamento è del marzo 2017.

Grande e terribile è il mondo in cui viviamo. Ma non abbiamo perso la speranza e la volontà di trasformarlo. Per farlo non basta averne il coraggio, occorrono idee, valori e programmi. Il nostro socialismo si propone di smascherare l’ideologia di Trump, Le Pen e Salvini e contrastare l’egemonia neo-liberista e moderata che ha progressivamente invaso il nostro campo, generando sconfitte e vittorie, ma sempre segnate dal distacco e dalla bassa partecipazione. Il nostro obiettivo è una società più giusta, che non lascia indietro nessuno e che espande le sfere dei diritti. Per conseguire questo scopo dobbiamo salvare e potenziare quello che resta in piedi delle conquiste della socialdemocrazia del dopoguerra. Il nostro è un socialismo d’attacco. I valori per cui lottiamo, nella società italiana, sono molto più diffusi di quanto pensiamo, persino superiori ai nostri numeri elettorali. Possiamo lottare per la difesa delle nostre città dalla desertificazione dei servizi, per le scuole e i presidi sanitari nei territori, i servizi postali nei piccoli centri, gli argini dei fiumi. La manutenzione della rete elettrica, la viabilità, i trasporti pubblici locali. Contro le emissioni inquinanti di apparati produttivi obsoleti, l’aumento immotivato del costo degli abbonamenti a bus e ferrovie, per la tutela del paesaggio. Per le assunzioni di qualità nel pubblico impiego, per i beni comuni, per gli spazi condivisi e le biblioteche di quartiere. Contro l’abuso dei voucher lavoro, il caporalato e il lavoro illegale, la libertà senza regole degli orari e degli insediamenti nella grande distribuzione. Troveremo in queste lotte tanti alleati che si riconosceranno di sinistra. Saranno disoccupati, giovani senza lavoro, operai con i contratti di solidarietà le cui industrie sono in crisi o in chiusura, artigiani, piccoli commercianti e imprenditori dinamici che investono per creare lavoro, coltivatori diretti che hanno visto crollare il prezzo delle materie prime, immigrati e nuovi italiani che scongiurano il nostro declino demografico e sostengono la nostra economia ma non hanno diritti di cittadinanza. Negli anni successivi alla grande crisi del 2007 è accaduto con le occupazioni simboliche per denunciare gli eccessi del capitalismo finanziario e con le imponenti manifestazioni dei movimenti femministi. Accade ogni anno il 1° maggio in difesa dei diritti dei lavoratori in migliaia di città di tutto il mondo. Dobbiamo mettere in campo una generazione nuova di donne e uomini che parlino il linguaggio della sinistra nelle piazze, nei comizi, nelle manifestazioni, nei giornali, nelle radio, sui social, nei cortei e nelle TV. Che scendano in strada. Non siamo soli. In tutto il mondo occidentale il movimento socialista e la sinistra democratica sono in cerca di una nuova dimensione. Una nuova soggettività adeguata ai profondi mutamenti dell’epoca presente. L'ansia e il timore per la vastità e la gravità dei drammi che incombono non hanno consumato la nostra fiducia nella razionalità e nella «condizione umana» e alimentano il nostro sforzo per un cambiamento profondo della società.

Per prima cosa dobbiamo guarire la frattura tra il ceto politico e il corpo sociale, che è tra le cause principali delle recenti sconfitte. Questa frattura si sta manifestando anche attraverso la sordità delle parole e dei programmi politici ed elettorali, che hanno smesso di riferirsi alla realtà vivente di milioni di donne e uomini che soffrono una condizione indicibile di ingiustizia ed esclusione. La parola «rivoluzione» indica il bisogno di una conversione culturale anzitutto nostra. Una svolta che non si risolve solo nella definizione di nuove regole e procedure per il sistema politico, ma nel ritorno alla realtà, ai bisogni fondamentali, alla lotta senza tregua alle disuguaglianze e ai privilegi. Il popolo è tormentato dalla marginalità, dall’impoverimento, dalla paura del terrorismo e dalla disconnessione tra centro e periferia, si diffonde persino un sentimento di umiliazione, della persona e della sua dignità. Le nuove analisi sulle disuguaglianze ci indicano la necessità di una lotta mondiale per un nuovo socialismo. Nel 2016 l’1% degli italiani possiede il 25% della ricchezza nazionale ed è 415 volte più ricco del 20% più povero della popolazione. Al costo già gravoso dell’esclusione sociale, per milioni di italiani si aggiunge anche quello della marginalizzazione nei servizi e nella geografia urbana. Prendiamo la sanità. La prestigiosa rivista The Lancet ha pubblicato uno studio che misura l’impatto della condizione sociale sulle aspettative di vita. Secondo questa ricerca la povertà incide sulla salute più dell’abuso di alcol e dell’obesità. Inoltre, come mostrano molte ricerche, i residenti dei quartieri a basso reddito, sono overpriced and undeserved (spennati e sotto-serviti). La città, che con la prima industrializzazione e sopratutto nel dopoguerra era un motore di attrazione e di mobilità sociale, si è trasformata in una griglia sempre più fitta di selezione e segregazione sociale. Le aree povere della città restano ai margini e diventano ghetti e dormitori per una crescente popolazione senza lavoro e con una protezione sociale ormai residuale. Con costi in trasporti e servizi, spesso obbligatoriamente privati, che tendono a moltiplicarsi, trasformandosi in una vera tassazione indiretta gravante sulla povertà. In questi luoghi, in modo crescente, prorompono disordini e conflitti. Qui assistiamo alla scomparsa della presenza storica della sinistra e all’emersione di nuove forze che sfruttano politicamente un terreno favorevole alla polarizzazione e all’acuirsi delle fratture sociali. Il cruccio dei nostri padri, i fondatori della Repubblica e della sinistra italiana, è stato quello di consentire alle masse popolari di prender parte alla vita democratica, aspirando a diventare ceto medio, attraverso la tassazione progressiva, la scolarizzazione e imponenti piani di lavoro, sostenuti con la crescita dell’industria di base e con la realizzazione di grandi opere pubbliche che hanno migliorato la vita di milioni di persone. Questo compromesso, tra Stato e mercato, tra capitalismo e democrazia, era ispirato dalla fine della guerra, dalla paura di un nuovo conflitto, dalla ideologia della pace e della crescita. La lunga opera di ricamo e ricomposizione della società italiana seguita alla fine del fascismo e all’avvento della nuova Costituzione poggiava su teorie solide: quelle di Keynes, e su un modello nobile di statalismo, quello rooseveltiano. Attorno a quest’opera, e per perseguire un grande compromesso, hanno lavorato, pur nelle dicotomie della guerra fredda, i comunisti e i socialisti italiani assieme ai cattolici democratici. Quel compromesso appare oggi lontano e dissolto. Ritornano contraddizioni che parevano superate, odii e culture politiche che ritenevamo sepolte per sempre. L’umanesimo, in tutta la sua ricchezza di tradizioni, pare al tramonto. Contro gli imbrogli del populismo e della nuova destra dobbiamo alzare un argine in difesa della comune umanità.

Il socialismo, quando si è combinato con la democrazia, ha saputo sviluppare una critica profonda all'esistente e battersi con efficacia contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Nessun socialismo del passato può essere il nostro, ma siamo convinti dell'attualità dei valori e dei principi che hanno ispirato questo movimento. La nostra «nostalgia di sinistra» ci consente di distinguere la consapevolezza delle sconfitte dalla forza delle nostre radici e su queste radici costruiremo la nuova casa. In questi anni di subordinazione ai valori dominanti del mercato, dell'individuo libero da vincoli e del primato liberista molti hanno taciuto la propria identità, mostrando eccessiva flessibilità e opportunismo nei programmi e nelle alleanze. Questa reticenza ha generato vuoto e separazione. Un vuoto che è stato riempito dalla solitudine dei leader, dalle macchine elettorali, dai partiti personali e dalla «fraseologia delle svolte». Oggi la sinistra è divisa e disorientata perché le sue classi dirigenti non sono state coerenti e leali. La lealtà è un elemento necessario, caratterizza la militanza e si fonda sulla memoria e sulla pazienza. «I partisans - ha scritto Russell Muirhead - sono i custodi di una memoria condivisa: essi identificano certi eventi del passato come conquiste e stanno insieme per proteggere queste conquiste». I nostri partisans sono feriti e delusi, hanno perso conquiste e memoria, hanno perso il partito. Nuovi partisans non nascono perché non trovano un partito alleato. Ma la democrazia italiana è impensabile senza i partiti e per questo la loro crisi ha trascinato con sé tutto il resto. Noi vogliamo «essere di parte». È il nostro presupposto per «stare insieme». Noi ci proponiamo per rifondare il campo del centrosinistra e la Repubblica. Impediremo che le nostre istanze di parte siano trascurate e nascoste da una politica che è considerata buona solo se rinuncia alle passioni e diventa moderata. Noi vogliamo rispondere alla domanda: «da che parte stai?», «per chi e per cosa lotti?». Chi ha guidato i Dem in questi anni ha invece consentito l’erosione dell’identità della sinistra, con la passività a correnti ideologiche subalterne ai dettami del liberismo; tra essi la riduzione della redistribuzione al principio del trickle-down (lo sgocciolamento dall’alto verso il basso) e l’attacco agli investimenti pubblici. Complice una costante corsa al centro che ha azzerato le differenze, cominciata con i primi anni Novanta - con le tesi sulla «fine della storia» - e proseguita con la «terza via» a ogni costo e il sostegno ai governi dei tecnici e delle «larghe intese» sotto il cappello dell’austerità. L’evoluzione del Partito Democratico ha seguito questa linea d’erosione. Il cui momento culmine d’elaborazione politico, culturale e programmatico è stato il discorso del Lingotto, a cui è seguito, senza lo stesso respiro ideale e senza visione, il programma del cosiddetto Partito della Nazione, che ha dominato l’ultima campagna referendaria. E non saranno le rievocazione dell’Ulivo e del centro-sinistra a invertire questo processo. La «normalizzazione» moderata ha emarginato la militanza sociale, ha lasciato campo libero a nuovi partiti e ai produttori di nuovi settarismi identitari. Non solo l’egoismo liberista e gli spiriti animali, ma la secessione, il nazionalismo, la difesa della razza, la democrazia diretta, l’odio per i corpi intermedi. La polarizzazione ideologica, negli Stati Uniti come in Europa e in Italia, è stata condotta dalle destre e dai populisti, incuranti della coerenza programmatica e politica ma consapevoli del movente passionale e simbolico della politica. Un movente che molti hanno voluto a tutti i costi ammansire e reprimere, inseguendo una scala d’interessi definita da circoli sempre più ristretti e privi di legittimazione democratica. Di fatto questo liberismo compassionevole che ha contagiato anche il Partito Democratico ha subito l’agenda della destra economica per poi subire anche quella della destra politica. 

Oggi i populismi non sono più l’eccezione. Con l’elezione di Trump il populismo di destra ha compiuto un salto di qualità. Esso non è più un fenomeno isolato o antisistema, ma minaccia di farsi esso stesso ordine. Trump annuncia guerre commerciali e nuovi dazi, costruisce nuove intese con il governo di Theresa May scaturito dalla Brexit, con il presidente filippino Rodrigo Duterte, la Russia di Vladimir Putin, con un Erdogan sempre più autoritario, oltre che con le tante forme di una destra nazionalista che si vanno diffondendo in tutto il mondo. Egli sta già agendo da catalizzatore e amplificatore di populismo in tutto il mondo. La sinistra socialista deve prendere sul serio le proposte dei populisti. I problemi e i bisogni ai quali essi intendono rispondere sono reali. La sofferenza sociale di un ceto medio sempre più impoverito, lavoratori, soprattutto del manifatturiero che si misurano in solitudine con delocalizzazioni e deindustrializzazioni, la nuova disoccupazione tecnologica causata dall’automazione, il dumping sociale e la guerra tra deboli provocata dalla presenza di un’enorme riserva di nuovi poveri in cerca di occupazione e soggetti a un’incessante svalutazione del lavoro. A queste categorie viene proposta una ricetta profondamente sbagliata, fatta di massicce detassazioni, politiche commerciali protezioniste e discriminazione tra lavoratori di diverse etnie. La nuova destra è assieme nazionalista e liberista. La sua ricetta, lungi dal modificare i rapporti di forza di questo capitalismo che ha prodotto la situazione attuale, promuove in realtà gli interessi di quel sistema che critica a parole. È la rivincita del capitalismo che ritorna alle sue radici antiche in cui il capitale sfrutta il lavoro, annullando tutte le conquiste fatte negli anni per renderlo più umano. Su questo punto ha ragione Michael Walzer: «Il populismo è possibile oggi grazie all’austerità e all’indifferenza per le sofferenze della gente che il neoliberismo ha incoraggiato. I demagoghi populisti sostengono di voler migliorare la sorte di queste persone, ma non c’è nessun miglioramento reale, perché non fanno nulla per alterare i rapporti di potere dell’economia liberista o dei suoi Stati colonizzati. Il populismo, però, può essere spaventosamente efficace nel perseguitare i presunti nemici del popolo, gli “altri” eletti a capro espiatorio: gli immigrati e le minoranze». Politici incoscienti, «pazzi al potere» alleati di qualche «scribacchino accademico» - per dirla con Keynes - hanno consentito alla cultura della destra di rigenerarsi, ricomporsi attorno ai suoi falsi miti manipolati e «tecnicizzati» per scopi elettorali e conquistare con questa «pappa omogeneizzata» ampie fasce della cittadinanza afflitte dalla sofferenza sociale e pronte a sostituire il vuoto con la rabbia e il rancore. 

Il nostro socialismo è attuale perché nasce per colmare il vuoto e per scrivere una pagina nuova. Correggere e regolare il capitalismo significa eliminare le distorsioni, le disparità sociali e gli sprechi che dominano l’epoca presente e la rendono disumana. Oggi una linea di faglia della grande ingiustizia, della «lotta di classe» che spacca il mondo, passa attraverso il Mediterraneo. I suoi fondali accolgono migliaia di vittime che cercavano una speranza di vita. Significa puntare a una politica forte dei suoi valori e capace di mediazioni. Di fronte alle emergenze cruciali che ci attendono la sinistra ha il dovere di elaborare una propria risposta a partire dalla critica di questo capitalismo, iniquo e disumano. Pensiamo a cosa è diventato il capitalismo italiano. Quali sono le sue tendenze prevalenti? È un capitalismo con pochi investimenti, quindi incapace di creare lavoro e maggiore produttività, spesso avvitato su posizioni di rendita e su un familismo senza visione, più incline all’evasione fiscale e al deprezzamento del lavoro che all’investimento. Accanto ad esso esiste però un’altra impresa, in grado di innovare, creare sviluppo e distribuire ricchezza alla comunità. Una forza di sinistra ha il dovere di porsi il problema del come stimolare il sistema produttivo del Paese, alleandosi con le parti più dinamiche di esso e usando lo strumento dell’azione pubblica per rilanciare la crescita e lo sviluppo. Ce lo chiede l’OCSE, nel suo ultimo rapporto. Chiede esplicitamente politiche espansive, con un Quantitative Easing indirizzato verso l’investimento pubblico, e propone alle forze democratiche e progressiste di archiviare il dominante teorema della supply-side-economics, un’economia cioè che punta ad una maggiore efficienza delle imprese, ma solo per conquistare una domanda fatta da altri visto che alla spesa pubblica viene tolto ogni obiettivo di creazione di domanda: la spesa pubblica è vista come un distrazione dalla ottima allocazione delle risorse. Dal 2007 ad oggi nel nostro paese, prendendo a riferimento il trend già basso degli anni precedenti, sono mancati comunque 1000 miliardi di investimenti tra pubblico e privato. Se questo non fosse avvenuto il Paese avrebbe avuto 3 milioni di unità di lavoro in più. Con le ultime finanziarie da un lato gli investimenti pubblici sono calati del 20%, dall’altro è aumentata la spesa pubblica corrente e il debito senza che questo si sia tradotto in crescita reale. Se il governo Renzi avesse volto in opere pubbliche un punto di Pil «anziché dissiparlo in sgravi ad alcune famiglie e ad alcune imprese», secondo Pierluigi Ciocca, «nel 2016 l’aumento del prodotto sarebbe del 2,5% circa, invece del misero 1%» previsto e realizzato. Con i bonus e le detassazioni generalizzate è stata distolta una massa finanziaria ingente a scapito degli investimenti. Si è fatta una scelta opposta nel tentativo di sostenere i redditi delle famiglie e quindi i loro consumi, nella speranza che in tal modo anche le imprese, stimolate dalla presunta crescita della domanda, avrebbero ripreso ad investire. Due errori: il primo, economico, in quanto, avendo toccato solo marginalmente i più poveri i maggiori redditi, non si sono trasformati in consumi; il secondo più ideologico, in quanto, invece di privilegiare direttamente gli investimenti e quindi di fare su questo fronte delle scelte, si è lasciata la scelta al mercato. Se questo non è avvenuto, è innanzitutto per una debolezza culturale che è il prodotto finale di un processo cominciato negli anni Ottanta e coincidente con la «fine del paradigma keynesiano», un processo che anche noi, quando abbiamo governato, non siamo stati capaci di invertire. Oggi la società italiana ha sulla pelle i segni di questa trascuratezza: vi sono 4 milioni e mezzo di poveri assoluti, circa un milione di titolari di pensioni sociali e i giovani senza lavoro sono circa il 40%. Per elaborare una proposta adeguata a una sfida così complessa abbiamo bisogno del tempo necessario. Non dobbiamo solo riflettere sulle cause delle sconfitte, ma anche elaborare un piano di azioni coerenti con questa analisi e in grado di affrontare l’Idra del populismo. Occorre ripensare la sinistra in questo nuovo contesto globale, affrontando anche il nodo centrale della riforma del socialismo europeo, necessaria per elaborare una proposta davvero credibile in sede europea. L’unico strumento adeguato per dare spazio a questa discussione è la pronta convocazione di un congresso rifondativo della nostra cultura politica e della nostra rappresentanza sociale. Occorre superare il vizio d’origine del PD, ben incarnato dalle idee espresse nel discorso del Lingotto. Nel frattempo ci sono delle urgenze che il Paese deve affrontare: bisogna mettere in sicurezza il territorio, procedere con la ricostruzione dei paesi distrutti dal sisma, accordarsi con Bruxelles in merito all’aggiustamento dei conti pubblici, rivedere le politiche del lavoro sui voucher, ripensare le politiche di accoglienza, porre mano alle disfunzioni generate dalle più recenti riforme della scuola e ricostruire la trama istituzionale del Paese dopo la desertificazione dei corpi intermedi operata in questi anni di austerità e nuovo centralismo: alcune di queste esigenze sono sottolineate anche nel recente rapporto OCSE sull’Italia.

Negli ultimi tre decenni abbiamo assistito al trionfo di un capitalismo privo di regole e dell'ideologia della rivoluzione neoliberista. Anche la sinistra europea ha finito per farsi coinvolgere da questo clima. Abbiamo perso la nostra fede democratica in un cambiamento profondo della società, lasciando così campo libero alla regressione nella mistica irrazionale dei populismi e dei nazionalismi, che sono rimasti i soli a dare voce - per quanto illusoriamente - ai bisogni e alla sofferenza di lavoratori e ceti medi sempre più impoveriti. La Brexit e l’affermazione di Trump rivelano una geografia del voto secondo la quale sono le aree deindustrializzate, le periferie - urbane ed esistenziali - i principali serbatoi di voti di questa grande rivolta anti-establishment. Un establishment con il quale troppo spesso la sinistra viene identificata. L’errore principale di questi decenni è stato aver disertato la critica del capitalismo. Aver rinunciato all’idea di un governo più giusto e umano della società e dell’economia e al programma di una lotta possibile per il superamento delle disuguaglianze. Senza un’ispirazione a principi ideali anche l’amministrazione e l'azione di governo si riducono a un pragmatismo privo di un'adeguata visione del futuro. La Chiesa di Papa Francesco lo ha capito e «predica» una nuova critica morale «al capitalismo senza freni» mettendone in luce le contraddizioni più pesanti: la crisi ambientale, le guerre, le migrazioni, la povertà, il dominio assoluto del denaro sulle relazioni umane. La sinistra italiana ha accolto la sfida del governo nei tempi della globalizzazione ma non ha costruito un nuovo equilibrio che conducesse il Paese oltre lo stadio dell’emergenza continua. Ha sconfitto due volte Berlusconi, ha rimediato ai disastri del centrodestra, è riuscita a evitare che una crisi drammatica si avvitasse con conseguenze potenzialmente catastrofiche. Ha tenuto l'Italia su una linea di galleggiamento. Lo sforzo fatto non ha però prodotto quel cambiamento profondo che la crisi economica ha reso ancora più urgente. Anche il governo Renzi, affidandosi a misure una tantum e a politiche espansive promosse dal lato dell’offerta (supply-side-economics), non ha saputo mettere in campo un riformismo che fosse in grado di incidere sui nodi strutturali della crisi. È mancata una visione della società italiana, ed è mancato, in questi anni, un partito organizzato, insediato stabilmente nel mondo del lavoro, forte di un'identità culturale autonoma e di un programma di trasformazione. Se la sinistra vuole ritrovare il senso profondo della sua missione la parola da riscoprire è «socialismo», perché la politica non può essere un mestiere come gli altri e neppure una tecnica per iniziati. Nella storia degli ultimi secoli, dalla Rivoluzione Francese in poi, questa parola, nonostante i suoi limiti, le sue degenerazioni e i suoi tragici fallimenti, conserva intatto il suo valore. Indica la volontà di superare lo stato di cose esistenti, regolare la società e l'economia e ridurre le disparità sociali. Senza gli impedimenti ideologici che nel passato hanno diviso i riformisti, la parola «socialismo» può trovare ampia disponibilità e accoglienza. Molti laici e cattolici della sinistra sono pronti a ripartire dalla condizione umana. Molti giovani sono pronti a risvegliare in se stessi l’ardore della politica e riprendere la lotta per un mondo più giusto nel nuovo secolo. Naturalmente il socialismo di cui abbiamo bisogno è un socialismo profondamente ripensato e adeguato alle necessità che il presente ci impone. Serve un socialismo per i Millennial, perché la critica al capitalismo non è un tabù. Su questo solco, si impone anche una riflessione profonda su come fondare il socialismo di domani. Come sostiene Jeffrey Sachs, la prospettiva di un nuovo modello di sviluppo sostenibile è per i socialisti di oggi «una grande sfida politica e di rigenerazione delle proposte della sinistra globale, che può porre nuovamente al centro dell’agenda il tema degli investimenti pubblici, della necessità di una più forte regolamentazione istituzionale, di una rinnovata partecipazione civile, dell’impegno per un’azione transnazionale».

I mutamenti nel mondo dei giovani sono profondi e strutturali. Un’ideologia individualistica e meritocratica per un periodo lungo è parsa prevalere anche nella parte migliore e più alfabetizzata delle nuove generazioni, ma oggi il fenomeno che una sinistra nuova deve saper cogliere è il fatto che nel modo occidentale, a causa della crisi, l’insoddisfazione della classe media e dei ceti popolari verso questo capitalismo liberista è giunta a livelli di guardia ed è emersa una disponibilità nuova tra i giovani all’autodeterminazione, alla ricerca intellettuale delle contraddizioni del mondo, a un nuovo sentimento etico collettivo. L’interesse per l’analisi materiale dell’economia e della società ritorna ad esempio prepotentemente nella tragedia di Giulio Regeni, che trova la morte mentre indaga sulle lotte dei lavoratori del distretto tessile de Il Cairo. La globalizzazione e la crisi di questo capitalismo stanno facendo nascere tra i Millennials una leva di militanti internazionalisti in proprio, per i quali la dimensione della lotta per i diritti non è un fatto astratto e intellettuale, ma concreto. Una dimensione della loro vita quotidiana. Si tratta di giovani motivati, creativi ed innovativi spesso in grado di portarci verso il futuro, ma che le regole del mercato stanno relegando spesso in posizioni di marginalità. Questo ci deve porre un interrogativo anche sullo stesso concetto di classe media, perché se tutti noi concordiamo sul fatto che sia indispensabile la presenza di una classe media per garantire una continuità e quindi una mobilità tra le classi, dovremmo anche riflettere su chi in questa classe media dovrebbe starci. Non vorremmo che una generica difesa delle classi medie significasse la difesa dello status quo. Molti dei Millennials sono costretti ad aprire partite IVA per sopravvivere e sono curiosamente definiti nelle statistiche “liberi professionisti”. Una categoria che seguendo le logiche del passato farebbe parte a pieno titolo delle classi medie (spesso medio-alte) e che sul piano della qualità delle prestazioni e del livello della formazione dovrebbe essere collocata - se non assieme almeno vicino - ai liberi professionisti di un tempo, ma che invece, sul piano delle retribuzioni, sta spesso nella parte più bassa della distribuzione del reddito.

Il socialismo non riuscì per molto tempo ad andare oltre l’obiettivo di far partecipare le donne alla produzione economica in modo paritario, mentre si trattava di aiutarle a diventare in primo luogo «autrici di un’immagine di sé che andasse al di là di quella che veniva attribuita loro dagli uomini» (Axel Honneth). Se la politica non smarrisce il rapporto con la società, le molteplici istanze di libertà degli individui possono essere sostenute tutte insieme e interagire tra loro. L’idea che le relazioni sociali si riferiscano solo all’aspetto economico è un’idea povera. Rivendichiamo certo più protezione sociale per i lavoratori precari e proponiamo una legge contro la povertà e riconosciamo però che un passo avanti significativo nel senso della libertà personale e anche delle relazioni personali lo abbiamo ottenuto con la legge sulle unioni civili. Questa legge allarga lo spazio della comunicazione paritaria e consente a milioni di persone di sentirsi uguali e non più discriminate. La politica di una forza democratica e socialista deve cogliere i nuovi bisogni allo stato aurorale, aiutarli ad affermarsi, aprire il confronto con tutti per ottenere risultati legislativi. Pensiamo ai vuoti normativi da colmare in riferimento al diritto delle coppie omosessuali ad assistersi negli ospedali, alla pillola abortiva, alla fecondazione eterologa, all’uso terapeutico della cannabis. L’attualità del socialismo la ritroviamo percorrendo i sentieri di tre bisogni fondamentali della vita collettiva e individuale: l’intimità emotiva e fisica, l’autodeterminazione politica e l’indipendenza economica. Esiste ad esempio un problema di sessualità che investe due generi di persone: disabili e detenuti. L’impossibilità di avere rapporti sessuali costituisce per entrambi i gruppi una profonda mutilazione. Quanto alla partecipazione politica è giunta l’ora di approvare la legge sullo ius soli che conceda la cittadinanza ai figli di genitori non italiani. Dobbiamo al più presto rimuovere privazioni di diritti politici per milioni di persone immigrate che lavorano e pagano regolarmente le tasse. Per ridurre le disuguaglianze potremmo cominciare col concedere agli immigrati che risiedono in Italia senza cittadinanza almeno il diritto di voto alle amministrative e alle regionali. Sono alcune delle strade da percorrere e basterebbe cominciare; tanti italiani si attiverebbero assieme a noi per un nuovo socialismo. Un’altra vergogna che conferma la corrispondenza biunivoca tra bisogni e diritti è la disuguaglianza di salario tra i generi e tra le etnie che in Italia persiste nonostante l’articolo 37 della Costituzione. Cominciamo con un «Equal Pay Act» (Epa), cioè una legge dell’equità salariale. Una proposta sulle differenze salariali di razza e di genere.

Ma non solo le donne guadagnano di meno rispetto agli uomini (in Italia: media del 7% in meno), pagano anche di più (il 7% in più): la “Pink Tax” colpisce senza alcuna logica le donne dalla culla alla vecchiaia e comporta per loro prezzi, a parità di prodotto e servizio, maggiori del 7% rispetto a quelli degli uomini. Aprire un tavolo di lavoro per discutere con le grandi aziende di questo tema è un atto dovuto a tutte le donne. Sul fronte del tema lavoro poi, accogliere l’invito del Parlamento UE (del 2010) a riconoscere ai lavoratori un congedo di paternità obbligatorio pari ad almeno due settimane sarebbe un grande passo verso la parità di trattamento tra donne e uomini sul posto di lavoro.

Il Califfato è un vero inferno terrorista, maschilista, omofobo, dove una violenza terrificante, impunita e tollerata dalla nostra impotenza spezza le vite di migliaia e migliaia di persone. Per sconfiggere questo incubo dobbiamo andare al fianco delle donne e degli uomini curdi di Kobane e Mosul, strenua opposizione al Daesh. La bandiera della libertà individuale è il nostro più grande valore con cui parlare al mondo e non possiamo rinunciarvi in nome degli affari e della ricchezza e neppure in nome di un generico particolarismo. Neanche l'accoglienza può essere un cedimento dei valori fondativi su cui noi europei abbiamo costruito nel secolo scorso una dimensione inedita di libertà. Sarebbe davvero singolare se i principi di libertà e uguaglianza che reputiamo essenziali per la nostra società non fossero fatti valere nello stesso modo per le donne immigrate o profughe nel nostro paese e nel nostro continente o nei paesi con cui cooperiamo e stabiliamo relazioni. È un grande tema del futuro su cui dobbiamo pronunciare parole chiare. Ci sono diritti inalienabili che trascendono le differenze, prima fra tutte l'autodeterminazione del proprio corpo. Non sempre e non tutto quello che appartiene a una cultura è da rispettare. Sopratutto quando essa consolida situazioni di sfruttamento e subordinazione. Lavoriamo per una sinistra che sulla libertà delle donne e degli individui non fa sconti a nessuno.

Abbiamo fatto molti passi avanti e partiamo da una base di parità superiore al passato, ma la fragilità di queste conquiste è evidente: lo provano le reazioni maschili che arrivano fino alla piaga del femminicidio o a forme di subordinazione e mercificazione del corpo. Non esiste un progresso lineare. Pensiamo ad esempio ai numeri delle giovani donne che al Sud non lavorano: una su cinque. La possibilità di regressione è sempre in agguato se lo spazio pubblico non è aperto a una visione critica della società e se le istituzioni formative e la politica in primo luogo non svolgono il loro ruolo fino in fondo. In questo processo emerge anche un nuovo dominio maschile insopportabile, che spesso si fa scudo del costume e delle prescrizioni religiose per giustificare comportamenti oppressivi.

Qual è la condizione sociale dei nostri giovani? La disoccupazione nelle loro fila ha raggiunto in Italia livelli insostenibili. Il 40% dei giovani italiani non ha un lavoro. La media tedesca è il 7%, quella Europea il 22%. Il tasso di occupazione giovanile al Sud non ha paragoni in Europa. Tra i 15 e i 34 anni lavora solo un giovane su quattro. Il Paese e il sistema pubblico hanno un bisogno reale e profondo di ricambio generazionale. La pubblica amministrazione sta invecchiando e anche per questo rischia di essere sempre più distante dalle dinamiche e dai bisogni della società moderna. Ecco un primo punto su cui occorre aprire con coraggio ai giovani. Il numero di occupati al interno della PA è ormai considerevolmente inferiore a quello di altri Paesi d’Europa. Nella sanità, nell’assistenza sociale, nel settore dei beni culturali, nell’ambiente, nei centri per l’impiego per le politiche attive del lavoro, abbiamo bisogno di decine di migliaia di giovani, è il momento di costruire quell’«esercito del lavoro» che Ernesto Rossi reputava essenziale per abolire la miseria e per costruire un vero e proprio argine democratico. L'intervento contro il precariato nella Scuola pubblica è stato positivo ma non basta. Un piano mirato per 100.000 assunzioni nella PA è necessario ed economicamente sostenibile ed andrebbe affiancato ad un rinnovamento delle funzioni della PA, perché è evidente che se i nuovi lavoratori venissero destinati a svolgere vecchie attività rischieremmo di trasformare vecchi lavoratori obsoleti in giovani lavoratori inutili. Crediamo, invece, che vi siano oggi funzioni nuove che andrebbero sviluppate nelle nostre pubbliche amministrazioni e che avrebbero bisogno di linfa nuova per essere adeguatamente svolte. Bastano pochi miliardi che si ridurrebbero se consentissimo ai più anziani di andare in pensione. Per contrastare il disastro sociale della precarietà e frammentazione delle forme contrattuali ancora vigenti (se ne contano almeno 43) il tempo indeterminato e a tutele crescenti potrebbe essere una soluzione solo se fosse la forma giuridica sostanzialmente unica per l’accesso al lavoro, escludendo un preciso elenco d'impieghi stagionali. Stanno aumentando le partite Iva, in particolare tra i giovani. Manca una proposta di accesso al credito per le nuove generazioni, che consenta loro di avere un prestito d’onore. Siamo certi che funzionerebbe e darebbe una sponda concreta a quella voglia di fare e creare che i giovani mostrano di possedere in tutti i settori. Occorre poi elaborare una soluzione per superare i voucher, che, da strumento di contrasto al lavoro nero, si sono trasformati l’ennesimo strumento per svilire il lavoro.

L'espressione dei valori è connessa all'identità dei gruppi sociali che il PD decide di rappresentare e tutelare. Un cittadino astratto e un interesse generale del Paese astrattamente inteso si conciliano con l'idea vaga di un partito della Nazione. La saldatura da ricostruire riguarda invece le forze di centrosinistra e il mondo del lavoro: i lavoratori dipendenti, i ceti medi produttivi e intellettuali, i giovani, gli emarginati e coloro che muovendo dalla propria condizione soggettiva sono portatori di istanze democratiche e diritti civili. Le incertezze relative al rapporto con la società e alla scelta dei nostri riferimenti sociali possano aprire la possibilità di una sconfitta storica della sinistra che sarebbe un danno democratico enorme per tutto il Paese. La crisi spinge a una radicalizzazione delle posizioni politiche e colpisce il lavoro e i ceti medi che richiedono scelte, visioni del futuro alternative e programmi assai più netti. Una sinistra che viene identificata con il sistema vigente, responsabile della crisi, è destinata a perdere. Sono maturi i tempi per un partito che rilanci gli ideali del socialismo per cambiare davvero lo stato di cose esistente.

In questi anni il ricatto occupazionale e la paura della disoccupazione si sono fatti sentire non solo per il lavoro dipendente ma anche per le partite Iva a reddito più basso. Si sono intensificati i processi di sfruttamento e auto-sfruttamento. I ritmi di lavoro sono aumentati toccando livelli impensabili prima della crisi. La sinistra non può dimenticarsi dello sforzo dei lavoratori. Se non si indica una strada da percorrere per risolvere queste nuove contraddizioni c’è il rischio di tensioni e conflitti che potrebbero avere conseguenze negative. Cgil, Cisl e Uil hanno provato a formulare una proposta, che noi condividiamo, di un modello di relazioni industriali che coinvolga i lavoratori nella governance e nelle scelte strategiche delle imprese. Il tema della concertazione e del rapporto col lavoro e col sindacato dovrà essere tra gli argomenti principali del congresso. Se una forza di sinistra vuole rappresentare il mondo del lavoro, deve tornare ad avere un dialogo chiaro, un confronto continuo con le organizzazioni sindacali. Se la sinistra dimentica questa possibilità, qualunque proposta di sviluppo essa possa avanzare, smarrisce se stessa e la sua base sociale. Noi ci battiamo perché cresca una nuova coscienza dei diritti - una moderna coscienza di classe - e una forte coesione tra i soggetti protagonisti e vittime dell’egemonia liberista di questi anni: i lavoratori al centro di processi di deindustrializzazione, le donne che si vedono contrapporre lavoro a maternità, per l’assenza di servizi, i giovani precari e sfruttati, la nuova classe operaia e lavoratrice di migranti, le generazioni che hanno studiato e che non riescono ad affermarsi in un sistema delle professioni chiuso e corporativo e in un sistema delle imprese in cui non si finanziano le buone idee ma chi offre garanzie patrimoniali.

Le decisioni che riguardano la vita e il destino dei lavoratori e dei cittadini sono in gran parte fuori dal controllo politico, soprattutto su scala nazionale: un processo che hanno descritto in molti, tra cui, nel nostro paese, Salvatore Biasco. A causa della concentrazione del potere economico e della globalizzazione che sfugge al potere degli Stati e della politica anche la democrazia si è indebolita. Si è parlato infatti di una “rivolta del capitale” nei confronti degli equilibri che nel dopoguerra si erano costruiti tra capitalismo e democrazia nel mondo occidentale. Ricostruire una critica costruttiva della società esistente e degli attuali meccanismi del capitalismo è condizione di sopravvivenza della sinistra. Altrimenti a non capirci e a confonderci con gli “dèi” invisibili dei cda delle multinazionali, degli speculatori sovranazionali, saranno proprio i lavoratori. Come ha scritto Wolfgang Streek, noi democratici e socialisti abbiamo «i minuti contati». Un rapporto della banca d’affari JP Morgan (2013) ha individuato nei «sistemi politici e nelle costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo» dei limiti oggettivi a una «maggiore integrazione dell’euro», operando un esplicito sconfinamento del potere della grande finanza nel campo della politica. Evidentemente, non pago d’avere prosciugato la capacità di spesa e di investimento delle classi medie, il capitalismo finanziario ha puntato all’attacco delle istituzioni e dei valori di fondo della democrazia. Un pensiero di sinistra deve constatare l'avvenuta rottura fra capitalismo finanziario, da una parte, ed economia reale e democrazia dall’altra, senza adeguarsi supinamente e rinunciare all’ambizione di trasformare il tempo presente. Non si può rispondere a questa rottura creando il deserto, azzerando il protagonismo sociale e limitando ancor di più gli spazi di democrazia e partecipazione. Non mancano gli spazi per una politica diversa, ma in Europa e in Italia i risparmiatori, le imprese e i lavoratori attendono anzitutto una legge di regolazione e limitazione delle attività speculative delle banche di deposito, una legge che non hanno mai avuto (a differenza degli Stati Uniti, dove dopo la cancellazione del Glass-Steagall Act da parte dell’amministrazione Clinton, Obama ne ha introdotto una nuova: la Volcker rule, titolo VI della Dodd Frank Act). Tocca ai socialisti mobilitarsi per conseguire questo risultato. Solo limitando le invasioni del neo-liberismo e della finanza senza regole nel campo della politica possiamo invertire la crisi dei “corpi intermedi”, delle forze sociali, delle rappresentanze territoriali dei lavoratori e degli imprenditori; ricostruire il ruolo degli enti locali in rapporto ai cambiamenti oggettivi dell’economia e alla crisi fiscale dello Stato. «La democrazia – scriveva Luciano Gallino – è possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura a esse, poter discutere del proprio destino».

La globalizzazione del capitalismo, seppure al costo di imponenti squilibri e asimmetrie, ha allargato i confini del mondo, della modernità e del progresso. Essa, soprattutto in Occidente, è stata accompagnata da tormentati processi di deindustrializzazione e delocalizzazione produttiva e dalla ricerca di lavoro a basso costo ovunque esso disponibile. La geografia politica e sociale ne ha subito conseguenze di lungo periodo col superamento di codici, confini, dogane e vincoli protezionistici. Per aggredire le contraddizioni del presente dobbiamo partire dalla consapevolezza che questo ciclo di modernizzazione si sta modificando e le cause sono molteplici. Tra queste, anche la quarta rivoluzione industriale, l’automazione e digitalizzazione dei processi produttivi che, come tutte le rivoluzioni tecnologiche, in assenza di politiche compensative (la riduzione dell’orari lavorativi e la creazione di nuovo lavoro) genera maggiore produttività e riduzione dell’occupazione. Non a caso nei programmi della nuova destra e dei populisti come Trump si evoca esplicitamente il ritorno delle manifatture e degli investimenti nei territori nazionali: «America first!» è il motto. Un progetto non irrealistico, agevolato dai minori costi del lavoro ottenuti con la sostituzione di vecchie manifatture con nuove produzioni automatizzate e digitali e con il livellamento verso il basso dei lavori a bassa specializzazione; uno scenario possibile e coincidente con la rinazionalizzazione della politica e della sovranità. La polarizzazione del mercato del lavoro con la forte riduzione degli impieghi delle classi medie e operaie e la crescita di lavori a bassa specializzazione mal pagati genera nuovi esclusi e innesca nuovi conflitti, sempre più orizzontali, che contrappongono lavoratori ad altri lavoratori; imprese ad altre imprese; territori ad altri territori; nazioni ad altre nazioni. In questa nuova geografia le migrazioni economiche e i conflitti etnici paiono destinati ad aumentare e, in assenza di antagonisti politici veri, ad alimentare l’opportunismo e il protagonismo dei populisti e delle nuove destre. Questi soggetti politici si nutrono e allo stesso tempo alimentano spregiudicatamente gli egoismi, la rabbia, le paure, le invidie, le solitudini che fanno della nostra società in frantumi un immenso campo di battaglia del tutti contro tutti. Sempre più spesso i lavoratori, i giovani, le donne, gli anziani, più in generale i soggetti deboli, invece di rivolgere le proprie istanze e rivendicazioni verso i governi e i detentori del potere economico finanziario preferiscono rivolgere la loro rabbia verso chi sta appena un po’ meglio di loro. Una nuova sinistra socialista deve porsi come obiettivo la riconciliazione tra lavoratori, imprese dinamiche, territori e nazioni. La ricomposizione dei conflitti e l’assorbimento dei loro effetti collaterali. Tutto questo sarà possibile se ci porremo come obiettivo programmi in grado di generare nuovo lavoro tramite investimenti pubblici e politiche di redistribuzione. Se partiremo dall’assunto che l’orizzonte è mutato e che è necessario non solo assicurare protezione ma produrre nuovo lavoro, di qualità, produttivo e sostenibile, perché una crescita quantitativa come quella del passato è oggi ambientalmente insostenibile. Occorre contrastare l’esclusione sociale e assicurare ai cittadini accesso alla conoscenza e alla formazione di adeguate competenze e a tutti i soggetti produttivi accesso al credito e al trasferimento tecnologico, soprattuto per mitigare il consumo di energia e per ridurre l’impatto inquinante. In questi termini sarà possibile una nuova conciliazione tra un capitalismo orientato alla crescita economica sostenibile e una democrazia consapevolmente partecipata. Bernie Sanders lo ha detto con parole chiare degne di un classico: «Contro la feroce opposizione della classe dominante dei suoi giorni - persone che lui chiamava realisti economici - Franklin Delano Roosevelt implementò una serie di programmi che reinserirono milioni di persone nel mondo del lavoro, le fece uscire dalla povertà e restaurò la loro fede nel governo. Ridefinì la relazione fra il governo federale e le persone del nostro paese. Combatté il cinismo, la paura e la disperazione. Rinvigorì la democrazia. Trasformò il paese. E questo è quello che dobbiamo fare oggi. Ogni cosa che lui propose venne chiamata “socialista”. Le persone non sono veramente libere quando non sono in grado di sfamare le loro famiglie. Le persone non sono veramente libere quando non sono in grado di andare in pensione con dignità. Le persone non sono veramente libere quando sono disoccupate e sottopagate o quando sono esauste per le troppe ore di lavoro. Le persone non sono veramente libere quando non hanno il diritto alla salute. Il socialismo democratico significa che dobbiamo creare un’economia che funzioni per tutti, non solo per i più ricchi».

Nel nostro paese si è rapidamente raggiunta una presenza di cittadini stranieri vicina al 10%. I nostri concittadini subiscono influenze contraddittorie create da forze politiche che costruiscono la loro fortuna sul razzismo e sull’odio. La grande maggioranza degli italiani non è disposta a rinunciare tanto facilmente ai suoi valori di solidarietà e umanità. Tuttavia, sarebbe un errore non comprendere certi sentimenti di paura e smarrimento. Agli xenofobi occorre opporsi democraticamente ma se vogliamo convincere i cittadini dobbiamo riprendere a parlare di politica internazionale indicando le nostre risposte ai drammi del mondo. Ricondurre il piccolo al grande. Lo fanno le guide spirituali come Papa Francesco e studiosi come Saskia Sassen che descrivono i mutamenti climatici e le rivoluzioni politiche e demografiche in corso come enormi processi di espulsione. Una politica di accoglienza non potrà essere capita se non formiamo un senso comune. Dov'è il centrosinistra? Il nostro popolo capirebbe benissimo queste denunce e ci chiederebbe corridoi umanitari, campi profughi sicuri e gestiti dall’Europa, azioni di difesa delle popolazioni inermi e di polizia internazionale. Prendiamo il nostro vicinato. Il problema dell’Africa è anzitutto demografico, entro il 2050 il continente raddoppierà la sua popolazione, passando da 1,2 a 2,4 miliardi di persone. Masse di giovani, di ragazzini, la cui età media non supererà i diciotto anni. Se l’Europa investirà e creerà occasioni per lo sviluppo e la cooperazione democratica allora non ci saranno problemi. Se questo non avverrà, l’Europa sarà prudente, spaventata, chiusa, l’intensificarsi delle migrazioni, delle crisi politiche, del terrorismo apriranno il varco a processi coloniali inediti. L’accoglienza non può essere solo uno slogan. Deve essere diffusa, fatta con piccoli nuclei. Devono farla i sindaci e le associazioni locali di volontariato. Al richiedente asilo deve essere chiesto di partecipare ad attività utili per la comunità, di impegnarsi nella formazione professionale e nell’apprendimento dell’italiano. Si deve favorire l’insediamento in borghi abbandonati, com’è avvenuto a Riace nella Locride. Le aree disabitate del Mezzogiorno d’Italia – come la Basilicata, la Calabria, la Sicilia – potrebbero davvero diventare cantieri di rigenerazione urbana seguendo il modello di Riace. Il punto d’attacco è la repressione di tutti quei fenomeni di criminalità, lavoro nero, evasione fiscale, sfruttamento della manodopera clandestina che accompagnano mutamenti sociali e movimenti migratori così intensi. Dev’essere lo Stato a coordinare queste attività estendendole a tutto il territorio nazionale. Il Parlamento europeo ha appena respinto la richiesta di riconoscere alla Cina lo stato di economia di mercato per paura del dumping e di una concorrenza insostenibile, ma poi come singoli paesi tolleriamo extraterritorialità all’interno dei nostri paesi. Per interessi meschini, rendite immobiliari e sfruttamento della manodopera. È giusto inasprire le leggi nella lotta ai caporali, ma è indispensabile chiamare in causa gli imprenditori che se ne servono. Potremmo condizionare l’erogazione dei fondi agricoli al rispetto, da parte delle imprese, di regole e di diritti minimi per chi lavora nei campi. A causa della globalizzazione economica e della velocità delle transazioni di merci, persone e denaro, non riusciamo più a cogliere unitariamente i fenomeni. Il mondo ci sembra un grande ingranaggio sottratto all’intervento umano e i rapporti sociali, le stesse relazioni, rapporti tra cose.

Secondo le conclusioni dell’ultimo rapporto del Censis, senza immigrati l’Italia sarebbe un Paese sull'orlo della catastrofe demografica. Gli immigrati sostengono il nostro welfare, il nostro sistema pensionistico e interi settori della nostra economia. Ma al tempo stesso questi flussi, necessari, devono essere gestibili e sostenibili. Nel 2016 sono sbarcati in Italia circa 181.000 migranti. È un numero enorme, che crea un clima di emergenza continua, che impedisce di gestire il fenomeno in maniera razionale ed efficace. Occorre operare sulle cause principali di questo processo: l’instabilità e la conflittualità nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. È urgente sviluppare una politica estera nuova e ambiziosa, che preveda intese con i paesi di provenienza - come la Libia - e programmi di cooperazione internazionale adeguati a contenere e limitare i flussi entro dimensioni gestibili. Dobbiamo poi istituire corridoi umanitari, che sono necessari sopratutto per i ricongiungimenti familiari nel caso dei profughi siriani. Le espulsioni non possono essere l’unica soluzione al problema dell’immigrazione. I dati dimostrano che solo una minima parte degli irregolari viene effettivamente rimpatriata. Superare i CIE vuol dire anche combattere la criminalità e il terrorismo, visto che si tratta di luoghi che, imponendo una convivenza forzata fra persone diversissime sono un bacino di illegalità e radicalizzazione. Non possiamo concepire una politica dell’immigrazione prescindendo da un quadro europeo oggi segnato da gravi fratture, egoismi e divisioni. Occorre superare il sistema di Dublino per la gestione dei richiedenti asilo, andando verso una politica comune europea per i rifugiati. Finora non solo questo non è stato fatto, ma, sopratutto per l’opposizione dei paesi dell’Est del gruppo di Visegrad, non è stata data attuazione nemmeno al programma di ripartizione volontaria di 160.000 profughi, approvato nel 2015 dai Paesi Membri nel pieno dell’emergenza umanitaria. Proprio per l’incapacità di costruire una soluzione comune al problema, l’Europa ha dovuto cedere al ricatto della Turchia, che ha chiesto e ottenuto sei miliardi di euro per trattenere i quasi tre milioni di profughi siriani presenti sul suo territorio. Tutto questo ignorando le sistematiche violazioni dei diritti umani che avvengono nel Paese. Manca, a livello europeo così come sul piano nazionale, una condivisione delle responsabilità. Invece di affrontare il problema con un approccio globale basato sull’accoglienza diffusa e uniforme, si è consentita una distribuzione ineguale dei flussi. Bisogna ispirarsi ai modelli virtuosi, come, con tutti i suoi limiti, il caso tedesco per quanto riguarda l’Europa. Oppure all’esperienza di alcune regioni italiane o alla rete dei comuni SPRAR. In Italia c’è poi un altro enorme problema da risolvere, legato alla presenza sul nostro territorio di quasi mezzo milione di migranti irregolari. Sono stati definiti «invisibili» e sono un bacino sommerso di manodopera per l’economia illegale, la criminalità e potenzialmente anche per il terrorismo. La prima cosa da fare è farli emergere. Per questo occorre superare la Bossi-Fini e abolire il reato di clandestinità e porre rimedio alla grave e perdurante mancanza di una disciplina dello ius soli, che rende la nostra legislazione sulla cittadinanza obsoleta e causa di ingiustizia per centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi nati nel nostro paese da genitori stranieri. Dobbiamo rivedere la legislazione sugli ingressi e concepire permessi temporanei per ricerca d’impiego, politiche attive del lavoro dedicate, misure e processi di mediazione in grado di accompagnare integrazione e inclusione sociale, occupazionale e culturale. Naturalmente, il tema dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti economici e dei richiedenti asilo va inquadrato nel più ampio contesto della questione sociale italiana. Senza una soluzione strutturale a questa pesante situazione, basata su investimenti pubblici, misure contro la povertà, la disoccupazione giovanile e di lungo periodo, difficilmente il problema dell’immigrazione può avere una soluzione duratura e acquistare la sua dimensione relativa. Solo in un contesto di questo tipo un’immigrazione gestita e controllata, di entità sostenibile alle necessità del paese, può diventare un ingrediente indispensabile per la crescita e lo sviluppo del paese e della democrazia.

Occorre riflettere a fondo sulla netta bocciatura da parte dell’elettorato di una riforma costituzionale che, pur contenendo elementi positivi, era stata presentata con modalità che agli italiani è parsa una forzatura. Insieme al malessere e al rifiuto gli elettori hanno voluto manifestare anche una forma di «patriottismo costituzionale». Resta aperto il tema dell’articolazione dello Stato e del rapporto con gli enti locali. Una nuova stagione di regionalismo ben temperato è quello a cui pensavano i padri costituenti. Per cambiare l’Italia è irrinunciabile la riduzione del numero delle regioni e intervenire anche sulla fusione dei comuni, non per rispondere ad una generica necessità di abbassare i costi ma per mettersi nelle condizioni di rispondere più adeguatamente alle domande dei cittadini. L’attuale frammentazione in venti regioni, di cui sei superano di poco il milione di abitanti e ben quattro sono addirittura sotto questa soglia, è un ritardo rispetto alla dimensione dei nuovi problemi.

L’internazionalizzazione dei processi investe il mondo della ricerca, dell’impresa, dei trasporti, dell’attrazione degli investimenti, dei player pubblici e privati e le istituzioni non possono svolgere un ruolo se non assumono una dimensione sufficientemente adeguata. La Francia in un anno è riuscita a passare da ventitré a tredici regioni, decentrando nuovi poteri. Noi ne parliamo dal ’91. E un discorso analogo potrebbe essere fatto sui comuni che sono ancora oggi oltre 8 mila di cui duemila con meno di mille abitanti e oltre 3500 con meno di duemila. La necessità di garantire una presenza dello Stato sul territorio è fondamentale, ma in taluni casi rischia di essere una vuota testimonianza priva della capacità di dare risposte concrete.

Dobbiamo risparmiare sui costi della politica e della burocrazia, dare ai nostri cittadini servizi migliori, una protezione e una rappresentanza né troppo localistica né troppo lontana ma adeguata al mondo globalizzato. Se la sinistra guiderà questo processo potrà reinsediarsi più agevolmente nei territori. Se in alternativa prevarrà la spinta decisionista e centralista il panorama sarà dominato dai grandi poteri, e da un deserto di rappresentanza occupato da ogni populismo e forma di irrazionalità.

La politica e la magistratura non devono percepirsi come mondi ostili e non devono orientare i loro rapporti nel segno del reciproco sospetto. Il nodo più problematico del funzionamento della giustizia è ancora la mancanza di personale e di mezzi. Passi in avanti ne sono stati fatti, pensiamo al lavoro svolto dal Ministero della Giustizia negli ultimi anni sul fonte delle pene alternative al carcere, sui percorsi di reinserimento e sul contrasto alla disumanità della detenzione, che in molti istituti penitenziari resta ancora una piaga profonda, ma siamo ancora lontani dal garantire alla macchina della giustizia quel che le occorre. Quanto alle indagini è giusto evitare che le intercettazioni finiscano senza nessun filtro sulla stampa. Il giustizialismo, spesso praticato con incoerenza e parzialità nella lotta politica anche a sinistra, va accantonato definitivamente. Dobbiamo riappropriarci pienamente della cultura del garantismo. Sul fronte del rapporto tra politica e magistratura è da auspicare a tutti i livelli un confronto pubblico per affrontare, ciascuno nel proprio ambito e nella propria autonomia, le grandi questioni nell'interesse nazionale e dei cittadini: la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione, ai reati contro le persone e i lavoratori. Su questo terreno è possibile un’alleanza vera e proficua tra politica e magistratura. 

L’intervento diretto da parte dello Stato è necessario sopratutto nei contesti dove mancano le imprese, per creare condizioni di crescita e attrazione di capitale. In questi casi è decisivo per ammodernare le infrastrutture materiali e immateriali, la mobilità, le piattaforme logistiche. Per effettuare le bonifiche, riparare i guasti di un industrialismo che non ha considerato gli effetti ambientali e sanitari di interventi troppo invasivi e incuranti del territorio. È il caso sopratutto del Mezzogiorno, dove dal 2007 gli investimenti sono precipitati del 60% e i meridionali sono tornati a emigrare in massa, in modo particolare i giovani che in mezzo milione hanno lasciato la loro terra negli ultimi anni. Sono necessarie strade, autostrade, ferrovie e aeroporti per lo sviluppo turistico e commerciale che nel mezzogiorno ha grandi potenzialità. Non possiamo fare a meno dell’industria di base essendo ancora grandi produttori, ma per riattivarla lo Stato deve concentrarsi sui siti da bonificare, sulla conversione verso energie verdi e pulite, sulla logistica e sulle infrastrutture, in particolare sulla cura del ferro da incentivare non solo lungo la dorsale appenninica ma anche nelle fasce costiere nelle direttrici ad alta densità di traffico. L’esigenza di maggiore rapidità e velocità non deve essere pagata con l’aumento delle emissioni e tocca allo Stato innovare la rete dei trasporti e ammodernare gli insediamenti produttivi con dispositivi in grado di contenere le emissioni di polveri sottili e Co2. La vera unità e sicurezza nazionale dipende dai servizi essenziali e dai beni pubblici. Sanità, scuola, regime pubblico dell’acqua, trasporti, assetto idrogeologico, tutela del paesaggio e rigenerazione delle periferie delle città. Sono questi i fondamenti e le radici dello Stato. Gli investimenti in questi campi svolgono un ruolo di volano e muovono l'intraprendenza dei capitali privati. Occorre mandare in soffitta la versione italiana del neo-liberismo per cui tutto si risolve con la sola abolizione della burocrazia e delle tasse. Una visione antistatale che è all’origine del calo continuo di produttività e della scarsa crescita. Vi è inoltre una questione che va di nuovo affrontata e che riguarda il rapporto tra la Pubblica Amministrazione e le imprese. Non dobbiamo infatti dimenticare che il nostro sistema produttivo è del tutto particolare e non ha uguali negli altri paesi europei: è fatto di piccole imprese che per lungo tempo hanno garantito il successo delle nostre produzioni. Ma le piccole imprese non erano sole, i nostri distretti industriali vedevano la cooperazione delle imprese tra loro, ma anche delle imprese con le istituzioni e il successo è stato maggiore laddove questa cooperazione è stata fattiva. Mutuare l’immagine della PA da quella dei paesi del nord Europa che hanno un sistema produttivo estremamente diverso in cui la presenza di imprese grandi è determinate sarebbe un errore: i nostri sistemi di piccola impresa hanno ancora bisogno del sostegno e spesso della intermediazione delle istituzioni per rapportarsi al mercato del lavoro, alla formazione, alla ricerca, al credito, per raccordarsi ai bandi europei; in passato molte di queste esigenze non erano così impellenti per cui il compito di intermediazione che comunque le istituzioni garantivano era più semplice, oggi su questi argomenti si crea uno spazio nuovo che se non viene riempito rischia di isolare la parte più importante del nostro mondi produttivo. I nostri governi sono stati assenti nei confronti europei su molti dei temi dell’economia lasciando prevalere la visione economica dei paesi del nord. Il tema del credito rappresenta un esempio eloquente; le riforme del sistema bancario partono dall’idea che le banche devono garantire i risparmiatori limitando al massimo i rischi, dal momento che per quel che riguarda il credito alle imprese vi sono altre istituzioni presenti (dalla borsa agli intermediari finanziari) che però funzionano bene in un mondo in cui prevalgono le grandi imprese. Le nostre piccole imprese, anche se competitive, rischiano in questo modo di essere tagliate fuori dalle possibilità di finanziamento: vedono infatti meno la possibilità delle banche di finanziare i loro progetti di investimento resta solo l’autofinanziamento. Una nostra maggiore presenza ai tavoli europei quando si discute di questi temi sarebbe fondamentale per evitare poi di lamentarsi a giochi fatti.

Il futuro produttivo del Paese si chiama qualità e dinamismo in tutti i settori. La politica deve scegliere il campo delle imprese che, al di là della loro dimensione - grande, media, piccola o piccolissima - hanno accettato la sfida dell'internazionalizzazione e dell'innovazione e aumentato fatturato e occupazione. Sostenerle è necessario per ritrovare razionalmente e non per caso una sequenza di sviluppo sana e durevole e creare un clima positivo per le produzioni ad alto valore aggiunto. Ne è evidente anche il significato politico. L’alleanza con le forze vive e dinamiche consentirebbe alla sinistra di costruire un nuovo patto tra capitale e lavoro. Una politica industriale organica e al passo coi tempi dovrebbe essere complementare a questo capitalismo dinamico, sapendone sostenere la crescita promuovendo investimenti e infrastrutture e rendendola compatibile con le esigenze della società. C’è invece un’altra parte di capitalismo di cui il Paese dovrebbe fare a meno: un capitalismo basato sulla rendita, parassitario e legato a doppio filo alla politica, all’editoria e al sistema bancario. È un capitalismo che non è in grado di investire per promuovere lo sviluppo del paese. Non è su di esso che si deve puntare per cambiare il paese.

L’Italia, da tempo, cresce assai meno della media europea e la produttività continua a stagnare. Le scelte prese sono state troppo condizionate dalla ricerca di un consenso esteso a tutti e troppo concentrato nel breve periodo, puntando a stimolare una ripresa «consumistica» che ha favorito la propensione al risparmio, con risultati che pur rompendo con il passato di recessione e austerità hanno prodotto una espansione molto limitata. Una maggiore spesa destinata agli investimenti avrebbe potuto generare una crescita più forte e duratura. Infatti la crisi ha colpito soprattutto i due principali fattori produttivi: il capitale e il lavoro. Dal 2008 a oggi, rispetto alla tendenza degli anni pre crisi, lo stock di capitale pubblico e privato investito si è ridotto e ha bruciato milioni di potenziali posti di lavoro. Se invece ci basiamo sui dati potenziali il Sud in otto anni ha perso 580.000 posti di lavoro (il 70% del dato nazionale). Se vogliamo una ripresa duratura dobbiamo ricostruire i due stock, realizzando investimenti pubblici e sostenendo quelli privati che aumentano l'occupazione. Le politiche sinora attuate non hanno prodotto nessun aumento significativo. Anche per il 2016 siamo fermi a 36 miliardi, come nel 2014. Renzi, pur mostrando capacità di usare la leva della spesa pubblica, è rimasto succube dell'ideologia prevalente, secondo cui il problema fondamentale è detassare e ridurre il ruolo dello Stato nell'economia affidando la ripresa, quanto più possibile, alle sole forze di mercato. Quindici miliardi di investimenti producono sicuramente 300.000 posti di lavoro e 1 punto in più di crescita. Se anziché disperdere risorse tra bonus e riduzione di imposte generalizzate si fosse puntato a un ragionevole incremento della lotta all'evasione fiscale avremmo potuto investire qualcosa come 30 miliardi in più all'anno, con il conseguente aumento occupazionale. È questa una flessibilità che anche l'Europa avrebbe concesso più volentieri per le sue finalità di crescita strutturale. Inoltre, questa politica di investimenti nel medio e lungo periodo assicurerebbe un consistente aumento del PIL e una riduzione del suo rapporto con il debito. Una piena golden rule applicata a livello europeo, che preveda lo scorporo integrale della spesa per investimenti dal calcolo del rapporto deficit/PIL previsto dai parametri comunitari, sarebbe fondamentale per pensare un modello di crescita basato sulla ripresa degli investimenti. Ma anche nei limiti attuali, una composizione diversa della spesa produrrebbe risultati migliori di quelli conseguiti finora. Dobbiamo infine considerare cosa è diventata l'economia della conoscenza. Mentre nel nostro paese perdiamo la cultura scientifica ma non il fascino per il design e i prodotti di alta tecnologia, bisognerebbe ricordarsi che dietro l’iPhone - come ha ben evidenziato Mariana Mazzucato - non c’è solo l’avventatezza (‘foolishness’) di Steve Jobs, ma anche la mano visibilissima dello Stato americano che ne ha finanziato per decenni la tecnologia. L’investimento pubblico italiano in ricerca è sceso del 22% in pochi anni (dal 2008, fonte: Ocse) - negli stessi anni Korea (+43%) e Germania (+23%) lo hanno aumentato notevolmente - e gli interventi del governo sono ancora troppo blandi. Alla ricerca d'interesse nazionale (PRIN) sono destinati solo 92 milioni per progetti triennali. Il credito d'imposta per le imprese che investono in ricerca è molto utile, ma acquista forza solo se aumenta la leva dell'investimento scientifico e tecnologico pubblico. Questo mancato investimento pubblico sta bruciando capitale umano, lavoro e democrazia.

Tra le scelte meno condivisibili dell’ultima stagione di governo vi sono state quelle relative alle riduzioni generalizzate del carico fiscale, effettuate senza tener conto del necessario carattere progressivo della tassazione rispetto al reddito, principio sancito dall’articolo 53 della Costituzione. Presentare il PD come il partito della riduzione delle tasse è stato un cedimento alla cultura liberista. Abolire l’Imu per tutti è stato un errore, così come l’aver eliminato il tetto per l’uso del denaro contante, un chiaro invito all’evasione fiscale. Noi dovremmo essere invece il partito della lotta all’evasione, un partito a cui non devono far gola i voti degli evasori. Viceversa, se si procedesse davvero a una lotta seria e rigorosa all’evasione, si avrebbero le risorse, oltre che per procedere a maggiori investimenti, anche per ridurre il cuneo fiscale a favore del lavoro e delle imprese. Quanto al catasto se ne attende la riforma da quattro decenni per riallinearne i valori a quelli di mercato. Bisogna ristabilire il tetto di 1.000 euro per il denaro contante, l’obbligo dei pagamenti elettronici e l’uso dei Pos e della fatturazione telematica. Ciò che potrebbe entrare nelle casse dello Stato da queste operazioni di lotta all’evasione e per un fisco più equo dovrebbe essere destinato a ridurre il cuneo fiscale, per portarlo gradualmente alla media europea. Gli sforzi per evitare l’aumento dell’IVA (la famosa clasuola di salvaguardia) sono ingiustificati. Dovremmo invece utilizzare le maggiori risorse che otterremo dall’aumento dell’IVA per ridurre altre imposte (ad esempio per ridurre il cuneo fiscale) e spostare la pressione fiscale dai fattori produttivi ai consumi. Ma occorre anche allargare lo sguardo: il problema fiscale ha anche una dimensione sovranazionale. Su scala continentale il dibattito sulla Tobin tax è aperto dal ’72 e dal 2011 è all’ordine del giorno. Eppure l’Italia, il PD e la sinistra europea su questo tema non si fanno sentire. Se la destra economica se ne guarda bene per via degli interessi che vuole tutelare, la sinistra politica e sociale dovrebbe fare di tutto questo la sua bandiera. La Tobin Tax potrebbe assicurare un gettito di oltre trenta miliardi a livello europeo e per l’Italia fino a sei miliardi all’anno. Si è supinamente accettata l’idea di rendere il lavoro sempre più flessibile, come se il lavoro dovesse adattarsi alla flessibilità del capitale (che è massima nel caso del capitale finanziario) e non il contrario, come accadrebbe con la Tobin tax. Perché è il lavoro che deve andare incontro anche alle esigenze più perverse del capitale e non il contrario? Occorre studiare bene a fondo i meccanismi dell'evasione e lottare in tutte le sedi con proposte precise per cambiarli e convertirli in economia sana. Sempre in sede europea occorre poi lottare per cambiare il sistema attuale, che favorisce una gara al ribasso tra Stati per abbassare la tassazione: basti pensare al caso dell’Irlanda. Le grandi multinazionali come Apple e Google riescono poi a beneficiare di accordi persino più vantaggiosi rispetto alla fiscalità già estremamente generosa offerta da alcuni Paesi membri. Ci sono segnali incoraggianti, come la decisione della Commissione Europea, che ha ingiunto ad Apple di versare all’Irlanda le tasse dovute in base alla tassazione ordinaria. Ma occorre fare molto di più, cambiando un sistema sbilanciato nei confronti delle imprese, che finisce per privare gli Stati delle risorse necessarie. È questa la lotta da fare per un governo veramente democratico e fondato sul lavoro.

I sociologi chiamano «terza società» quella degli esclusi, Ernesto Rossi la chiamava «striscia della miseria». Lavoratori in nero (spesso anche immigrati), disoccupati che cercano una prima occupazione, lavoratori disoccupati e scoraggiati che non cercano nemmeno un lavoro. La novità è che nel 2014 la dimensione della terza società è diventata, con i suoi dieci milioni, comparabile alle altre due messe insieme. Questo cambiamento è il frutto della crisi ed è avvenuto soprattutto nel periodo 2007-2014, quando la striscia della miseria è cominciata a espandersi vertiginosamente al ritmo di mezzo milione di persone ogni anno. La povertà assoluta, fenomeno in grande crescita, è una condizione economica che impedisce l’accesso ai beni essenziali: alimentazione, casa, educazione, abbigliamento, minima possibilità di mobilità e svago. I più coinvolti sono i giovani, le famiglie numerose, i lavoratori poveri. Non soltanto al Sud (9%), ma anche al Centro (5,5%) e al Nord (5,7%). L’Alleanza contro la Povertà ha fatto una proposta precisa che prevede un contributo di circa 400 euro mensili. Questo richiederebbe una spesa di 1,7 miliardi il primo anno per giungere, il quarto anno, a tutelare sei milioni di poveri con uno stanziamento di sette miliardi. Il carattere rivoluzionario di questa proposta di reddito e inserimento sociale è che lo Stato s’impegna a garantire un diritto universale a tutti coloro che si trovano in determinate condizioni. Questa proposta non è solo giusta, ma avrebbe anche effetti economici largamente positivi. Come sostengono concordemente gli economisti, soprattutto quelli di scuola keynesiana, i poveri hanno un’alta propensione al consumo. Purtroppo anche in questo caso l'iniziativa del governo Renzi è stata debole destinando alla lotta alla povertà solo 1 miliardo e 600 milioni in due anni, una quantità di risorse sufficiente a coprire solo il 27% dei nuclei familiari sotto la soglia di povertà assoluta. Appena un milione dei quattro e mezzo che vivono in povertà assoluta. Su questo fronte occorre aggiungere che se procedessimo ad assumere giovani nel pubblico impiego e a rilanciare gli investimenti creando con questo nuovo lavoro specie nelle costruzioni, si contribuirebbe ad abbattere la povertà che, guarda caso, è maggiore nei giovani e anche in qualche categoria di lavoratori particolarmente presente proprio nel settore delle costruzioni. Le risorse per la lotta alla povertà sarebbero quindi inferiori a quelle indicate da Alleanza contro la Povertà. L’esigenza di sconfiggere la povertà assoluta è anzitutto un principio politico nostro, della sinistra e del sistema democratico, oltre che essere uno strumento anti-ciclico in grado di compensare gli squilibri di un capitalismo sempre più indifferente ai destini della società. La creazione di nuovo lavoro e la costruzione di uno stato sociale moderno è l’approdo della nostra critica al capitalismo, che non è rozzo anticapitalismo. Sylos Labini già nel 1977 scriveva: «se la miseria esiste, i capitalisti la sfruttano; ma questo non autorizza ad affermare che la miseria è indispensabile al capitalismo».  

Con la «sharing economy» trasparenza e parità tra produttori e consumatori sono andate crescendo ed è aumentata la massa delle informazioni e la possibilità di accesso a esse. Non ci troviamo davanti a un fenomeno sconosciuto, siamo davanti a una nuova mutualità. Spesso però dietro le app e le piattaforme che rendono possibile l'interazione tra chi cerca e chi offre c'è una grande azienda, una multinazionale dell’informazione che fa profitti da capogiro, ci sono rendite e rischi d'elusione fiscale. Occorre dunque attenzione nel vedere le luci e le ombre di questo fenomeno e la capacità, da parte della politica, di regolarlo. Il concetto di «sharing» non si riduce, poi, all’economia e ha implicazioni morali e sociali. Ci sono tante esperienze importanti con effetti di coesione, controllo del territorio e dell'ambiente, rigenerazione urbana, partecipazione e nuova cittadinanza. Alla disintermediazione, grazie a queste pratiche, è subentrata la possibilità di una nuova intermediazione. La «sharing economy» però non può essere il pretesto per ridurre la spesa pubblica ordinaria né per supplire totalmente all’assenza di corpi intermedi.

La crisi del welfare è stata anzitutto una sconfitta politica della sinistra e del riformismo socialista europeo. Tra gli anni Settanta e Ottanta era cambiato il clima sociale. La paura della guerra e dell’impoverimento di massa erano remoti e il benessere individuale aveva offuscato il valore di tutto quel progresso. Lì maturava la nostra sconfitta silenziosa. È mancata una visione complessiva che fosse in grado di rendere attuale e riformare il sistema dei diritti e dei servizi universali rimediando ai suoi vizi. Si è finito così per lasciar fuori dalla protezione sociale i giovani, i disoccupati di lungo periodo, i precari, gli anziani con pensioni da miseria. L’efficienza dei servizi, la loro razionalizzazione e produttività non sono diventate il fronte di una battaglia comune dei lavoratori dei servizi e dei cittadini utenti, anzi, il fronte di aspre divisioni. Se la sinistra fosse riuscita a tenere uniti nella riforma del welfare i lavoratori e i cittadini non si sarebbe registrato l’arretramento che invece si è avuto e si sarebbe difeso il significato del welfare non come costo ma come elemento di modernità, coesione e competitività di un Paese avanzato. La destra ha organizzato una «rivolta» vincente contro il welfare state, mentre la sinistra ogni giorno è stata costretta ad arretrare e a restringere lo spazio della protezione sociale, sommersa dalle critiche contro gli sprechi, le inefficienze e gli abusi. L'impegno a favore della razionalizzazione e per l'ottimizzazione della spesa del welfare state è stato giusto ma non è stato accompagnato da nessuna conquista da nessun allargamento della protezione sociale verso quei territori e quelle fasce della società che i cambiamenti sociali e la crisi rendevano più esposti e più fragili. Oggi la prospettiva egemone è ancora quella del neoliberismo che non cederà certo il suo passo alla filantropia. Il sistema pensionistico è attraversato da disuguaglianze relative alle differenze degli assegni di pensione percepiti e alla possibilità di accesso alla pensione tra le generazioni. Irrisolta la questione dei lavori usuranti e faticosi. Non si può più permettere, ad esempio, che non vi sia distinzione di trattamento tra un cavatore apuano e chi svolge lavori intellettuali. Ai giovani che non sono in grado di permettersi il pagamento di una pensione privata non si è in grado di spiegare come potranno costruirsi una previdenza svolgendo lavori precari cui seguono lunghi periodi senza copertura pensionistica. Permangono le pensioni d’oro – 33.000 che costano 3,3 miliardi - a fronte di pensioni minime che riguardano circa un milione di persone a 450 euro per tredici mesi, con un costo totale di circa 4 miliardi. Chiedere un ragionevole sacrificio a chi beneficia dei trattamenti pensionistici più generosi per permettere ai più poveri di avere un’esistenza più dignitosa dovrebbe far parte del patto sociale proposto da una forza socialista. Ripensare il welfare significa smettere di considerarlo un costo. Esso è una rete di servizi a cui si accede tramite il lavoro ed è sopratutto un investimento di rilevanza collettiva. Chi brucia il lavoro brucia il welfare e viceversa, ma quando parliamo di welfare e di lavoro, abbiamo spesso in mente un lavoro del tempo passato a tempo indeterminato che dura tutta la vita. Oggi non è più così. I lavori nell’arco della stessa vita sono diversi e discontinui, ma l’accesso ai diritti e alla protezione rimane legato al lavoro che si fa, attraverso le forme integrative di welfare aziendale. La principale difformità è l’ingiustizia nel sistema dei diritti tra i pochi che hanno un lavoro garantito e i molti che invece non lo hanno. Per ridurla dobbiamo transitare da un welfare del lavoro a un welfare di cittadinanza. Il tema della previdenza si associa a quello dell’assistenza sociosanitaria. La tutela degli anziani non autosufficienti è l’altro pilastro della ristrutturazione del welfare e per garantirla per il più ampio numero si deve costruire un tipo di assicurazione generale obbligatoria, sul modello tedesco, cui gli anziani possano accedere per avere prestazioni assistenziali di cui hanno bisogno. Se infine senza lavoro non c’è welfare, senza il protagonismo dei lavoratori non c’è futuro per la sinistra. è in questa prospettiva che andrebbe aperta finalmente la riflessione su forme giuridiche di co-partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, come avviene nelle grandi democrazie europee e che vede il nostro paese come un’eccezione a livello comunitario.

La spesa sanitaria italiana è inferiore a quella di alcuni dei principali paesi dell’Unione. Secondo l’Eurostat nel 2014 l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL è stata del 7,2%, inferiore rispetto a quella francese (8,2%), inglese (7,6%), danese (8,7%), belga (8,1%), olandese (8,1%), austriaca (7,9%) e in linea con quella tedesca. Nonostante questo, durante la crisi, in cui sarebbe servito un suo incremento essa è diminuita ancora, eppure il Servizio Sanitario Nazionale resta un’eccellenza, tra le principali infrastrutture civili del mondo. Tra i problemi principali ci sono le differenze territoriali, per le quali si dovrebbe elaborare un piano nazionale. Anzitutto per le regioni meridionali, per arrestare il fenomeno drammatico dell’emigrazione sanitaria, che toglie risorse al Sud e produce sofferenze e umiliazioni pagate dai cittadini. Un altro fronte su cui intervenire riguarda la parità di accesso dei cittadini al servizio. Occorre una revisione dei ticket nazionali e regionali che abbia il carattere della progressività. Così come è necessario completare la costruzione del servizio pubblico attraverso le assunzioni dei medici di famiglia alle dipendenze del Sistema Sanitario Nazionale. Inoltre abolire l’extramoenia, concedendo un congruo periodo di tempo affinché l’operatore possa scegliere di lavorare a tempo pieno nella struttura pubblica o in quella privata è senza dubbio la via più efficace per garantire equità di accesso. Niente distrugge di più la credibilità del Servizio Sanitario Nazionale agli occhi del cittadino che la risposta secondo cui la prestazione specialistico-diagnostica a pagamento si ottiene in pochi giorni o settimane mentre nel regime ordinario occorrono mesi o persino anni. Anche su questo tema l’Italia deve diventare un Paese normale. La paura che grandi medici possano lasciare il sistema pubblico è del tutto infondata. Ci sono molti giovani in grado di sostituirli. L’obiettivo deve essere moralizzare la sanità con una nuova generazione di operatori dedita, senza conflitti di interesse, al servizio pubblico e, soprattutto, alla missione fondamentale di curare al meglio le persone. Infine c'è il tema generale della sostenibilità finanziaria del sistema sociosanitario pubblico. Sono decenni che il pessimismo del pensiero conservatore dominato esclusivamente dall’avarizia e dalla logica del profitto è incapace di ammettere che il servizio sanitario pubblico - è dimostrato - costa meno e cura meglio. La qualità delle prestazioni riduce i costi della sanità. Più si cura meglio, meno si ha bisogno di cure. Anche l’innovazione può diminuire i costi. Una vaccinazione estesa in pochi anni a tutti i malati d’epatite C potrebbe eradicare questa terribile malattia e farci risparmiare sofferenze e denaro. Infine il mondo della disabilità ha bisogno di una politica pubblica dedicata. La persona disabile è titolare di un diritto individuale a una vita dignitosa tutelato dalla Costituzione e dalla legge. Oggi è indispensabile un cambio di paradigma che vada oltre l'umanitarismo compassionevole che è insufficiente a tutelare i diritti della persona e che affronti la questione dell'impoverimento delle famiglie dei ceti medio-bassi. La normativa prevede già che la persona disabile possa preferire l'assistenza indiretta, cioè la modalità per cui l'interessato sceglie il proprio assistente personale, regolarmente assunto, per assicurarsi l'aiuto indispensabile per le funzioni vitali e per mantenere un livello dignitoso di esistenza. Occorre rendere effettivo questo diritto garantendo la libertà di scelta. Serve un intervento normativo che riconosca e tuteli il ruolo fondamentale del «caregiver familiare»; un provvedimento a favore delle famiglie che sono state costrette all'indebitamento per fronteggiare i costi della cura della persona disabile in famiglia. Va garantito un canale di credito agevolato per le situazioni future di difficoltà, tale da eliminare il fenomeno dell'indebitamento e del credito usurario. Infine, per la cura in famiglia del la persona disabile, è atteso un intervento normativo che garantisca a tutti di poter sempre accedere ad anticipazioni del proprio trattamento di fine rapporto o servizio nella stessa percentuale che la legge già prevede per altre esigenze.

Aumentare risorse, investimenti e progetti per l'autonomia scolastica è sempre un fatto positivo. Sopratutto in un paese che ha ridotto progressivamente la spesa scolastica, anche nella recessione e nel crollo generale degli investimenti pubblici e privati, passando dal 4% del Pil del 2009 al 3,5% del 2015. Il piano dell'edilizia scolastica, annunciato dal governo Renzi, si è fermato a 495 milioni e la rottura coi sindacati e con una parte importante del corpo docenti è stato un grave errore. Occorre per questo offrire certezze ai docenti in merito al riconoscimento del loro ruolo e della loro autonomia. Oltre alle risorse, è mancata una vera strategia del consenso per costruire le riforme. Si devono ottenere risultati con il coinvolgimento degli operatori, evitando il centralismo e il decisionismo dall’alto, che dentro strutture complesse finisce per produrre rigidità e conflitti. Restano infatti irrisolti molti problemi strutturali: le disuguaglianze nell’accesso alla scuola dell’infanzia; la dispersione scolastica; la revisione dei cicli, di cui si discute da tanto tempo. Inoltre in un paese in cui solo una persona su quattro è laureata non ha alcun senso il numero chiuso per l’accesso ad alcune facoltà. Infine non possiamo tacere la piaga del neo-analfabetismo. In Italia solo il 30% delle persone ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Ci sono centinaia di migliaia di persone apparentemente autonome che però non sono in grado di leggere una polizza assicurativa, comprendere il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano o appassionarsi a un testo scritto. L'analfabetismo strutturale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese e sul ristagno economico. Occorre un piano di contrasto rivolto non solo ai nuovi italiani ma anche a tutta la popolazione. Come dice Tullio De Mauro l’analfabetismo è oggettivamente «un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni». La crisi democratica del nostro paese si spiega in parte anche così.

Oggi il PIL del settore culturale in Italia è di circa 40 miliardi. Tuttavia il nostro paese ha il moltiplicatore più alto al mondo, in ragione della valenza del proprio patrimonio culturale, tra riorse pubbliche che si investono e risultati del Prodotto Interno Lordo del settore. Se l’Italia investisse in cultura soltanto 6 miliardi di euro, cioè la media dei paesi europei, si produrrebbero tra i 120 e i 140 miliardi di euro di Pil culturale l’anno. Ricordiamo che il settore metalmeccanico – in un Paese come il nostro dove il manifatturiero è ancora così importante - ha un Pil di circa 120 miliardi annui. Se, per stare ancora più contenuti, aumentassimo, con una cura shock di mezzo miliardo l'anno, la spesa in cultura, il Pil cultura crescerebbe di dieci miliardi circa l'anno, con centomila occupati in più. In cinque anni, con 3 miliardi e mezzo di impegno pubblico per la cultura, si può immaginare un Pil di 70 miliardi (poco meno del 5% del Pil totale), con settecentocinquantamila occupati. 

Nel 1963 fallì la riforma di Fiorentino Sullo. Quella disfatta lasciò mano libera alla speculazione fondiaria, proseguita in anni recenti con i condoni, la distruzione del paesaggio e la cementificazione del territorio. La sinistra deve presentare subito tre iniziative legislative. In primo luogo, bisogna impedire che si continui a costruire nelle zone ad alto rischio idrogeologico. Vietare in modo assoluto, per ragioni di incolumità pubblica, che negli alvei dei fiumi e nelle aree alluvionate si possa costruire qualsiasi tipo di edificio. Questa legge metterebbe subito sotto vincolo almeno il 10% del territorio pianeggiante dell'Italia, la parte più vicina alle città, la più appetibile per la speculazione edilizia. In secondo luogo è giunta l'ora d'impedire nuove costruzioni residenziali nel territorio rurale e nelle aree esterne al perimetro urbano e bloccare «l'effetto sprawl» (dall'inglese «agglomerato») tracciando il confine tra lo spazio edificato e quello rurale e aperto. In terzo luogo, è necessario dare una scadenza ravvicinata alle regioni per l'elaborazione dei piani paesaggistici oltre la quale intervenire con poteri sostitutivi. Non hanno senso le polemiche contro il presunto strapotere delle sovrintendenze. Se si vuole davvero difendere la bellezza del nostro paese, ridurre la confusione e semplificare le autorizzazioni, si devono fare meno polemiche inutili e approvare i piani paesaggistici. Investimenti costanti e durevoli per la difesa del territorio e la prevenzione dal rischio idraulico e sismico, per la manutenzione degli argini dei fiumi, delle riserve boschive, della rete infrastrutturale minore, oltre che contribuire alla più generale manutenzione della nostra bellezza, sarebbero un solido strumento per la creazione di nuovo lavoro e nuova ricchezza, col beneficio aggiuntivo della prevenzione che nel lungo periodo riduce i costi e le emergenze croniche che rendono l’Italia fragile ed esposta alle calamità.

Un pensiero socialista moderno non può che essere ecologico. L'attenzione all'ecosistema deve caratterizzare ogni grande formazione della sinistra europea. Nell'uso delle risorse naturali, nell'approvvigionamento energetico o nella gestione dei beni comuni si può assecondare l'ideologia liberista lasciando al mercato un'autoregolazione o si può avere un'idea democratica, capace di coinvolgere i cittadini e ridurre la nostra dipendenza da pochi grandi decisori. Nel 2011, 27 milioni di italiani hanno votato per dire NO al nucleare e per fermare la privatizzazione forzata dei servizi ed il PD aderì a quella campagna referendaria. Il servizio idrico integrato di una città, è un bene comune. E' un bene comune la materia che si può ricavare da una filiera virtuosa nella gestione dei rifiuti. E' un bene comune la qualità dell'aria se le istituzioni fanno la loro parte nel gestire i servizi di trasporto pubblico locale e promuovono forme di mobilità dolce. E' un bene comune una produzione diffusa e sostenibile dell'energia che – se abbinata ad incentivi al risparmio energetico – riducono la nostra dipendenza da pochi grandi produttori, importatori e distributori di fonti fossili. Il nostro pensiero socialista può dimostrare che la tutela dell'ecosistema e lo sviluppo economico vanno di pari passo. Politiche ambientali virtuose generano posti di lavoro ed investono sul futuro di un paese, l'Italia, che vive di turismo, alimentazione di qualità e paesaggio.

L'Europa è lo spazio della sinistra. Se l'Europa è in crisi anche la sinistra è malata. Per questo essa deve interrogarsi sulle sue responsabilità nelle scelte politiche di austerità, riduzione dello Stato sociale, contenimento degli investimenti e difesa dei poteri economici e finanziari. Un esempio concreto. In Europa ci sono almeno 10 milioni di disoccupati di lungo periodo, da più di un anno senza lavoro e in molti casi senza nessuna protezione sociale o con una protezione irrisoria. Il punto di attacco è l'individuazione di un livello nazionale di disoccupazione, dipendente da fattori interni e su cui dovrebbero intervenire gli Stati, e un livello sovranazionale, su cui dovrebbe intervenire l'Europa. Il disinteresse mostrato verso un dramma sociale come questo rivela la scarsa sensibilità verso i lavoratori, i ceti medi, i giovani disoccupati e gli emarginati. Ma al di là dell’esempio, più in generale il progetto europeo può avere successo se recupera i suoi presupposti originari che sono etici, prima ancora che economici. La famiglia europea può essere tale solo se vengono assicurati a tutti alcuni servizi fondamentali, se i soggetti più deboli, ovunque si trovino, abbiano le stesse garanzie indipendentemente dal paese in cui vivono. Bisogna lottare perché la povertà venga combattuta a livello europeo, perché la disoccupazione venga affrontata con risorse e strumenti analoghi. Conseguire l’obiettivo di evitare che un povero sia ancora più povero perché vive in un paese più povero. O che un disoccupato abbia meno garanzie perché vive in un paese in cui i disoccupati sono troppi. E questo deve valere anche per i punti di forza; occorre infatti evitare che imprese ugualmente capaci e dinamiche abbiano sviluppi diversi solo perché si trovano in paesi diversi, con tassazioni diverse, con regole diverse. L’Europa ha bisogno di un’armonizzazione fiscale. Questa disconnessione tra il socialismo europeo e la questione sociale europea con l'acutizzarsi del disordine globale e di un'emergenza migratoria senza precedenti ha soffiato nelle vele dell'euroscetticismo e del populismo spostando a destra milioni di elettori. Tuttavia ogni idea di ritorno nei confini nazionali è un grande imbroglio, perché a questo livello nessuno dei problemi che dobbiamo affrontare troverebbe soluzione adeguata. Una via percorribile per salvare l'Europa è quella di un percorso con due velocità, che tenga conto di chi non intende partecipare a politiche europee maggiormente cogenti e una federazione sempre più stretta e attiva a diciannove, la zona euro, che accelera il processo di integrazione per una politica economica, di difesa ed estera veramente unitaria. Sarebbe comunque un errore lanciare lo slogan degli Stati Uniti d'Europa dimenticando ancora una volta la questione sociale. La sinistra in Europa deve tornare a battersi per i lavoratori e i popoli.

La radice sana e positiva dell'Europa è la politica di coesione. A questa si associano le altre politiche: l'agricoltura, la ricerca, l'Erasmus, la cooperazione internazionale, l'accoglienza. Ma questi aspetti enormemente positivi dell'Europa sono finanziati con appena lo 0,9% del Pil europeo, con un arretramento rispetto ai tempi di Delors, che nel 1989 riuscì a raddoppiare il bilancio europeo portandolo all'1,2% del Pil. Da allora si sono fatti pochi passi avanti, grandi dibattiti, controversie, ricatti e frasi insulse del tipo: «Noi diamo all'Europa più di quanto prendiamo». Parole che fanno male all'unità europea quanto i muri che si erigono diffusamente sui vecchi confini precedenti all’Unione Europea. Si sono posti vincoli rigidissimi alla spesa mentre gli obiettivi sociali della programmazione europea rimangono buoni propositi, impegni non vincolanti. In questo settennato di programmazione 2014-2020 gli obiettivi sono cinque: 1) l'innalzamento al 75% del tasso di occupazione per la popolazione tra i venti e i sessantaquattro anni; 2) il 3% del Pil investito in ricerca e sviluppo; 3) la riduzione del 20% dei gas serra, l'incremento del 20% delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico; 4) la riduzione del 10% dell'abbandono scolastico e l'aumento del 40% dei trentenni laureati; 5) la lotta alla povertà e all'emarginazione, con la riduzione delle persone a rischio di almeno venti milioni. Sono obiettivi bellissimi ma non vincolanti. Senza alcuna verifica europea sui finanziamenti loro destinati. Se l'Italia potesse raggiungerli sarebbe per il nostro paese una vera rivoluzione. Ma noi saremo giudicati sul deficit e non su questi obiettivi. Come può questa Europa definirsi sociale? La proposta è semplice: le forze di sinistra dovrebbero impegnarsi a portare i fondi europei del prossimo settennato almeno al raddoppio, al 2% del Pil, prevedendo di rendere obbligatorio e vincolante per gli Stati e per le regioni il raggiungimento degli obiettivi sociali. Un social compact. Per questo la politica di coesione, ricordiamoci, inventata da Delors per compensare i possibili squilibri del Mercato unico, dovrebbe trasformarsi in una nuova politica economica europea, dove far convergere tutte le risorse europee, nazionali e regionali per massimizzare gli investimenti. Del resto come abbiamo, pur con i suoi limiti, una Politica Agricola Comune, sarebbe tempo di avere anche una Politica Economica Comune se vogliamo far fronte all'impatto squilibrato della globalizzazione sulle vite dei cittadini europei. Solo così si potrà affermare il principio di un’Europa solidale e sociale, in particolare introducendo meccanismi comuni in grado di rispondere agli shock asimmetrici nella zona euro. Su questa base si potrebbe così procedere verso una vera integrazione economica, non solo finanziaria e monetaria ma anche e soprattutto fiscale. Ecco una rivoluzione per la quale i socialisti europei dovrebbero battersi e non aver paura di trasferire potere dagli Stati all’Unione, se il fine è davvero una migliore coesione socio-economica e la riduzione delle disparità in Europa. La questione sociale riguarda del resto soprattutto l'Italia, che ospita nel suo territorio le due Europe con un rischio di frattura geografica. Non basta una pur necessaria riforma dell'Europa e dei suoi meccanismi politici, se essa non si sostanzia anche in interventi sociali e per lo sviluppo che abbiano adeguate risorse. Il 10 febbraio del 1993, davanti al Parlamento europeo, Delors così si esprimeva: «Ora abbiamo perduto lo slancio. Cosa più grave, la disoccupazione avanza e colpisce tutte le categorie di lavoratori. Minaccia l'equilibrio della nostra società, compromette il finanziamento dei sistemi di tutela sociale ed è alla base di un inquietante fenomeno di marginalizzazione e di esclusione. E i popoli a chiederci giustamente: «siete capaci, voi che siete per l'Europa unita, di proporci un progetto economico e sociale che possa frenare la marea nera della sottoccupazione e ridarci fiducia nel futuro?». A questa domanda dobbiamo ancora rispondere.

La crisi della democrazia e le difficoltà di governo del Paese dipendono in primo luogo dalla crisi dei partiti che in Italia ha avuto una sua particolare accentuazione e gravità. La politica ridotta a comunicazione si è incentrata sulla ricerca del consenso e sui sondaggi, dai quali fa scaturire le dichiarazioni e le prese di posizione. Da qui sono nati i partiti leaderistici, trasformati in comitati elettorali, partiti leggeri, liquidi e scalabili come se si trattasse di un gioco analogo a quello delle borse finanziarie. «Il PD è stato un grande sogno» - ha scritto Walter Tocci - «purtroppo però nessun dei suoi leader si è mai curato di organizzare un partito moderno. Mancando un progetto di partito sono venuti avanti fenomeni spontanei che hanno creato una forma curiosa di partito: il partito in franchising. Da un lato c’è un leader che si occupa del brand, del marchio, e dall’altro i notabili che gestiscono il potere. I notabili non disturbano le scelte del leader e il leader non mette in discussione le manovre di potere al livello locale». I cittadini sono stati trasformati in spettatori, Questa crisi è stata aggravata da fenomeni di corruzione e usi a fini particolari delle istituzioni, di cui i partiti politici in Italia sono responsabili. L’antico risentimento verso la democrazia dei partiti è stata vista come un ostacolo ai processi decisionali e agli interessi economici dominanti. I comitati organizzati intorno a un problema, i movimenti per la rivendicazione di un diritto, le associazioni tematiche sono importantissime forme di espressione e di volontà di partecipazione, ma la politica non può essere relegata in un angolo e lasciata agli altri e in definitiva ai più forti che detengono il potere economico e dei media escludendo dalle decisioni i ceti più deboli e il popolo senza parola. In questa tendenza c'è la duplice tentazione dell'antipolitica che libera energie e ne distrugge altre. Bisogna individuare un punto di ritorno: «Se un solo, grande partito decisivo per le sorti del Paese risultasse inattaccabile dall’antipolitica, la politica allora rinascerebbe come la fenice» ha scritto Mario Tronti. La risposta offerta con la democrazia del leader e il partito personale non affronta i nodi strutturali. Il partito-comitato elettorale finisca per assumere i vizi peggiori della società senza azione pedagogica e apre le porte a chi detiene pacchetti di voti acquisiti con qualsiasi metodo. Abbiamo invece bisogno di un partito che ricominci a selezionare al proprio interno i dirigenti in base al controllo sociale che solo la conoscenza e la frequentazione possono garantire.

Vogliamo chiudere la lunga stagione del partito del leader. Il nostro progetto è il noi e il voi: il noi, chi aderisce a questo partito ne diventa protagonista in nuove forme collettive; il voi, perché un numero crescente di cittadini lontani dalla politica passino dal voi al noi. Il partito, a ogni livello, locale, regionale e nazionale, dovrà avere una direzione ristretta, composta da non più di venti, trenta persone, elette nei congressi anche in base ai diversi orientamenti politici e culturali che convivono al nostro interno. Le direzioni dovranno riunirsi a cadenza periodica e non con una frequenza arbitraria. Non si può ridurre tutto al ruolo del leader che ha il suo staff. Bisogna passare dalla fase del comando a quella della direzione collegiale. Altrimenti restano le assemblee, di cento e più persone, nelle quali si ratificano scelte già fatte e si discute poco e prevalgono logiche correntizie. Il principio di maggioranza deve essere fatto valere, ma passando da una dialettica che valorizzi le diversità evitando la spartizione. Non si può ridurre tutto a un rapporto tra il leader e il popolo, distruggendo i partiti e mettendo al loro posto le società dei sondaggi. Il nostro partito deve prevedere forme di partecipazione alle decisioni riservate agli iscritti, sia per candidati per le istituzioni, sia per le scelte relative ai contenuti. Conferenze programmatiche su diversi temi e consultazioni on line dovrebbero diventare pane quotidiano per una forza di sinistra e per i suoi militanti iscritti. Un serio movimento di sinistra dovrebbe sviluppare una serie di rapporti frequenti anche con i corpi intermedi con i quali elaborare e sottoscrivere patti di consultazione. I sindacati, l’associazionismo e il volontariato, i comitati, i gruppi di interesse hanno diritto ad avere un referente politico stabile per esprimere le proprie esigenze e valutazioni. Un patto di consultazione ai diversi livelli locali, regionali e nazionali, potrebbe interessare e valorizzare le istituzioni sociali, rendendo il Partito un sicuro riferimento per le loro istanze. La politica organizzata deve inoltre tornare a incidere nella vita quotidiana e costruire nuove comunità territoriali, imparando le buone pratiche, la prossimità e la mutualità che sono già ampiamente diffuse nell’etica pubblica e nell’associazionismo. Sono milioni i volontari che nei luoghi della marginalità, del lavoro e della vita, lontano dai clamori, si occupano di assistenza alimentare, sanitaria, scolastica, generando un nuovo welfare dal basso. La nostra militanza deve ripartire da questo grado zero e radicarsi nei nuovi bisogni. Vogliamo immaginare e promuovere un nuovo radicamento sociale e tematico, fatto in modo plurale e federativo: dalle quote di tute blu e di altre categorie negli organi del partito a associazioni e comitati federati che entrano nella società e la rappresentino nel partito. Vogliamo aprire una nuova stagione delle case del popolo, per trasformarle in case della democrazia, forme di autogoverno delle comunità locali, capaci di promuovere cultura, accoglienza, occasioni di lavoro. Vogliamo aprire case della democrazia in ogni comune, in ogni quartiere, in ogni luogo aggregato del Paese. Una revisione profonda dell’azione politica e dell’assetto organizzativo del partito si impone in primo luogo a fronte del profondo cambiamento di paradigma che la dimensione europea determina sulle nostre democrazie. L’Europa diventa infatti sempre più un contesto di politica interna: un partito che voglia comprendere le trasformazioni sociali e rispondere al populismo deve essere in grado di dotarsi di una visione complessiva sulle politiche europee, da trasmettere in modo capillare a tutti i livelli. Sarà sempre più sui temi europei che si costruirà il consenso e il dissenso nell’elettorato. La crisi dell’Europa coincide infatti con l’apparente perdita di senso dei partiti socialisti. La vocazione transnazionale dei movimenti socialisti non ha più significato se essi rimangono in larga misura ancora ristretti nella mera dimensione nazionale. In questo senso, il Partito Democratico negli ultimi anni ha perso una grandissima opportunità. Pur essendo la prima forza all’interno del PSE, non ha saputo né voluto farsi carico della missione di spingere per la creazione di una vera forza europea di matrice socialista. Il PSE non è un autobus: l’ingresso a pieno titolo in questa famiglia politica comporta un cambio di passo e di orizzonte programmatico le cui conseguenze sembrano essere ignorate o mal comprese. La Brexit e i rischi di implosione del progetto comunitario rendono ancora più urgente cogliere le evoluzioni in corso nelle nostre società: un socialismo d’attacco si attua innanzitutto attraverso la definizione di proposte comuni su occupazione, welfare, lotta alle nuove marginalità, secondo un orizzonte programmatico di innovazione sociale che è ben lontano da molte delle misure introdotte dal governo Renzi. La nuova forza di centrosinistra non ricada oggi nell’errore storico del centrosinistra degli anni Novanta: il limite del blairismo, in misura perfino più grave rispetto alla subordinazione culturale al neo-liberismo, poggia proprio sul non aver lottato per politiche compensative degli squilibri macro-economici e per risorse aggiuntive di cui il bilancio dell’Unione ha oggi disperato bisogno.

La Rete, senza sostituirsi ai partiti e in genere ai corpi intermedi, può essere uno strumento di partecipazione, di conoscenza, di scambio di idee e confronto. Bisognerebbe formare i nostri segretari, i nostri rappresentanti nelle istituzioni, i nostri leader a fare un uso consapevole delle potenzialità che la Rete offre. Il linguaggio non deve cedere, non deve scadere nell'eccesso di semplificazione ma dev'essere il nostro, sobrio, in grado di parlare con la gente. Lo strumento di comunicazione non è mai neutro, perché determina il rapporto tra le persone. Ma andare contro le tecnologie e ignorarle con un atteggiamento di sufficienza elitaria non porta bene, né alla sinistra né al Paese. «La tecnologia esprime la società», dice Manuel Castells, e questa si esprime attraverso la tecnologia. Una sinistra che non fa i conti con la tecnologia o che arriva in ritardo è una sinistra che non si confronta con la società. Non si può nemmeno cadere nell'errore di considerare ineluttabili alcuni processi, ad esempio non esiste alcun nesso di causa effetto tra il digitale e la democrazia diretta, non esiste un «determinismo tecnologico».